L’applauso del Parlamento tutto (o quasi) alle bacchettate severe del vecchio saggio della politica italiana sono senz’altro l’immagine migliore che sintetizza il sistema-Italia; simbolo di inguaribile tracotanza, strafottente pochezza nella forma e nei contenuti. Come se ognuno dei protagonisti si sentisse meno responsabile del vicino di scranno.

Mentre c’è chi passa il tempo a chiedersi come sarà formato il nuovo governo, chi ne farà parte, quali artifici saremo costretti a dover accettare, l’ intera platea politica guarda attonita e sbigottita il processo di autodeflagrazione in atto all’interno, ed intorno, al PD. Certo le prospettive ed i sentimenti sono i più variegati; si passa in fretta da volti tirati di uomini che sentono tutto loro (anche se non lo è) il peso di una delle peggiori sconfitte politiche del centrosinistra italiano, a quelli di compagni  di partito, falsamente indignati, preoccuapati di occupare posizioni che, attualmente, non esistono  cercando conferme e legittimazione ai “l’avevamo detto” ,  senza trascurare le maschere da responsabili servitori dello stato indossate da esponenti, importanti o meno, del PDL o della LEGA, sotto le quali è rinato il ghigno dei giorni migliori. Per arrivare agli uomini a 5 stelle, a cui, almeno, occorre dar atto di avercela messa la faccia, in piazza, senza timore, con l’animo preoccupato ma leggero, proprio di chi, pur con più di qualche errore, non senza dubbi, coerentemente ha portato avanti posizioni chiare e trasparenti.

Ma del disastro politico in corso, in pochi o pochissimi, hanno il coraggio di chiederne conto, chi siano i responsabili, di pretendere nomi e cognomi. Non per la piazza, neanche per un ormai inutile, seppur legittima, smania di sbattere finalmenti gli onnivori della democrazia fuori da ogni palazzo che conta; ma perchè non si può prescindere dal sapere chi ha tradito la fiducia di milioni di cittadini, prima che della fazione di appartenenza, per non archiviare l’ennesimo fallimento di un sistema all’italica maniera, come il “semplice” fallimento di un partito.

Tra macerie da scansare, ed interessi particolari da tutelare c’è la gente, quelle per bene, che vota e si illude, che lotta  e spera , e che adesso rivendica un diritto al futuro; è ora il tempo delle scelte, senza le quali non ci sarà più un tempo.

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Settembre è come la vita.  Ti impone l’obbligo di ripartire. Di ricominciare. Ha dentro tutto, ed il suo contrario; quella malinconia per un sole che non scotta più come prima, ed il furore, che spesso si trasforma in curiosità per il futuro. Quello che ad Agosto sembra fermo, così perfettamente cristallizzato, a settembre diviene prospettiva, seppur faticosa.

Già ognuno di noi potrebbe, se solo volesse, divertirsi con le date; giocarci a fare la guerra. Come i bimbi che schierano accuratamente cow boy ed indiani, mischiandoli a volte con soldati, di varie provenienze, armati di tutto punto. In barba ad ogni regola. Perchè di regole non ne servono.

Proprio come quando ti svegli un 3 settembre ed hai negli occhi tua madre e tuo padre. Già proprio oggi festeggiano 29 anni di matrimonio. Ho davanti a me il loro legame per cui, scusate in anticipo, non trovo aggettivi.  So solo che è quello che mi ha permesso di arrivare ad essere quello che sono,  come sono, a guardarmi allo specchio un pò appannato di questa vita e riconoscermi, nonostante tutto.  È la loro unione tanto forte quanto unica ad avermi concesso i mezzi per resistere, per credere di farcela in acque sempre meno tranquille.

Lo stesso 3 settembre ti capita di dividere i tuoi pensieri, tra chi ti ha dato la vita, e chi l’ha persa. La mente segue dei percorsi strani, a volte incomprensibili. Accade così che non riesci a levarti dalla testa il sorriso arcigno di Gaetano Scirea, calciatore della juventus e della nazionale morto proprio il 3 settembre del 1989 in un incidente d’auto in Polonia. Qui non c’entra nulla il tifo, nè vuole entrarci il calcio giocato. Quello che mi colpisce ogni volta che mi ritrovo di fronte la figura di Scirea è la sua purezza, la sua onestà. Qualità ormai da riciclare, o magari, da tener da conto, come si fa con una splendida, ma fragile, macchina d’epoca. Un esempio. Tutto qua. Senza se e senza ma. Un esempio che, imperterrito, resiste al tempo, alla memoria, ed a quel tremendo impatto. Un urto contro il mondo.

Sono solo, semplicemente, impagabili emozioni di settembre.

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Pochi giorni fa, al rientrro da un periodo di vacanza, lontano dall’aria infuocata di Roma, mi sono imbattutto in una di quelle trasmissioni mattutine che tentano, invano, di colmare quel buco estivo nei palinsesti televisivi del servizio pubblico,  parlando di argomenti triti e ritriti, quei talk show che, in assenza di notizie e nell’ infausto tentativo di rendere più comprensibili al pubblico i temi trattatti, riescono, attraverso un faticoso ed inappropriato uso della lingua italiana, a renderli addirittura più complicati, ai limiti dell’indecifrabilità.

Ma non è questo il punto. Il punto è l’argomento. Generazione perduta.  Già, non avete letto male. Non che fosse una novità la definizione, date le frasi, ripetute stile  solenne mantra, pronunciate più e più volte dal nostro Primo Ministro, e non solo. In effetti lo stupore, prorio di chi ancora ritiene esserci una speranza chiamata prospettiva, ha lasciato frettolosamente il posto all’indignazione, una collera che riguarda per lo più i modi in cui sono trattati certi argomenti. Perchè, almeno per qualcuno, le misure ed i pesi sono fondamentali; non è possibile celarsi dietro l’ormai poco credibile velo della “verità nuda e cruda”, come se chi non vede nulla di fronte a sé dovrebbe ringraziare, e magari con un bel sorriso di circostanza, coloro che sputano in faccia alla prima telecamera disponibile sentenze di morte, quantomeno premature, di un’intera generazione. Siamo spacciati. Ok! Ed allora?! Dopo cosa accade? Ah certo, per le (più o meno) nuove leve,  quelle tra i 25 ed i 40 anni non c’è più nulla da fare, ma almeno le abbiamo informate. Sono consapevoli. Consapevoli e dimenticate. È superfluo dire che non basta.
Probabilmente è così che si pensa (e si tenta) di pulire la coscienza, insonnolita, di un intero paese. Come se non ci fosse distinzione tra la freddezza, la professionalità, di un medico nell’affrontare un importante intervento chirurgico, e quel minimo sindacale di delicatezza e solidarietà nel comunicare l’esito della stessa agli affetti del malato. Peccato che, ad essere  puntigliosi, di interventi chirurgici non ne abbiamo visti, a noi toccano soltanto le  comunicazioni tecniche, telegrafiche, senza neanche  un posticcio”abbiamo fatto il possibile”.

Come se il costo sociale di vite che si arrotolano su se stesse, di vite che vorrebbero, ma non possono, di unioni disunite, non sia un costo che riguardi le alte sfere.

In effetti è proprio questo che mi spinge a scrivere. È l’irritazione per questo teatro dell’indifferenza con attori talmente scarsi da non dare neanche il sentore di verità ,  è la frustrazione che ritrovo nelle mie parole; allo stesso tempo libertà, e limite invalicabile.

Sarà la crisi, che colpisce tutto e tutti,  sarà che abbiamo fatto la bocca all’amaro di questi tempi, ma, dopo esserci fatti convincere a ricalibrare i nostri sogni, mischiandoli con un pizzico di quella fantomatica dura realtà e tanta merda,  non dobbiamo piegarci all’idea che il nostro futuro sia quello che qualcuno ci ha disegnato, surrogando le nostre prospettive con promesse maleodoranti. Non possiamo.

Ecco il link per  leggere e firmare il manifesto della generazione perduta.

http://www.generazioneperduta.it/

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C’è chi di calcio (s)parla, chi scrive, c’è chi di calcio vive, c’è chi, grazie al calcio, sopravvive. Il calcio è tutto e contrario di tutto, posto che regala notorietà a gente miserrima, e dimentica uomini che hanno dato, più di quanto hanno preso. Il calcio è anche quela teatro di quart’ordine in cui attori dall’immenso talento, diventano protagonisti di terribili cadute di stile (e non solo). Lo stupore già da tempo ha lasciato il posto ad un’insana disillusione, neutralizzando sentimenti ed emozioni, rendendoci impassibili davanti ad una realtà, a cui si fa fatica a credere, in nome di una fede laica, sempre più labile. In un frangente tanto delicato della storia sociale del nostro paese, resto come spettatore attonito davanti all’ennesima uscita a vuoto di Gianluigi Buffon; perchè a volte è più grave la modalità con cui si compiono certi gesti, con cui certe azioni vengono sbattute in faccia a chi ti ha perdonato più volte, che il gesto in se.

Intendiamoci; non che m’aspettassi nulla da quello che si erge, o vorrebbe, a paladino di una categoria (i calciatori) non più difendibile, che con fare ardimentoso cerca di convincere, un pò tutti, dell’onestà di quello, o dell’indecenza di quell’altro, alzando i toni della discussione, stile singolar tenzone. Come potersi attendendere qualcosa, da chi usa a proprio comodo l’ultima stilla di passione dell’ultimo tifoso, per una strenua, ridicola, difesa corporativa. Non che pensassi di ricredermi sull’uomo Buffon . Un attimo di rispettoso silenzio, questo è ciò che avrei auspicato, che avrei voluto.

E’ faticoso, diciamo pure massacrante, prendere atto della totale, e completa, scollatura tra la base, sostenitrice e pagante, ed i protagonisti di un empireo dorato, alimentato dal tifo disinteressato di milioni di persone. E come sempre il calcio è specchio fedele, metafora quanto mai attenbibile dei tempi, di vizi e di (pochissime) virtù che contraddistinguono un’epoca. E’ addirittura deprimente comprendere come e quanto si sia andati oltre; perchè sembra che il secchio della merda che ci hanno propinato fino ad oggi non sia ancora pieno e che, anzi sia lontano dall’esserlo. Così impunemente qualcun’altro si riempirà la bocca di valori e sentimenti di uno sport puro, che nulla hanno a che fare con gli interessi di pochi, li masticherà quanto basta, giusto il tempo di un’altra stagione, per poi sputarli all’angolo del rettangolo verde. Trovando il tempo di pretendere delle scuse. Per aver commesso il fatto.

A quelli che parlano banalmente di banalità, a chi detesta i luoghi comuni, ma ci sguazza dentro, a chi ritiene di liquidare tutto questo, arichiviandola come semplice questione faziosa, partigiana, dico che, spesso, l’ovvio è la più dura delle realtà.

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Abbiamo ricevuto questa lettera da due nostri lettori ci siamo sentiti in dovere di far sentire le loro parole e senza aggiungere altro lasciamo a voi i commenti.

“Egregio Signor Ministro,

Le scrivo questa lettera pur temendo che mai Lei avrà modo di leggerla. Ed allora? Beh, mi conceda la speranza che lo farà e la prego anche di comprendere uno come me, genitore di un figlio disabile, che dopo aver sperato e provato in tutti i modi ad avere un minimo di ascolto e di giustizia ecco che incomincia a fare cose sciocche ed assurde come quella, appunto, di scrivere al Ministro.
Le scrivo non perché consideri Lei, Ministro Francesco Profumo, responsabile del problema che di seguito Le illustrerò. Tutti sappiamo che sono ben altri i responsabili di questa vergogna, tutti quei ministri, TUTTI, che hanno avuto l’onore di occupare negli anni la sua poltrona e che si sono limitati, appunto, ad “occupare la poltrona” e che mai si sono concretamente preoccupati della scuola pubblica, dell’utenza della scuola pubblica, di TUTTA l’utenza, e dei suoi problemi.
Ed allora perché le scrivo Signor Ministro? Perché mi è rimasto solo questo da fare, perché mio figlio, disabile, credo che abbia gli stessi diritti degli altri figli normodotati, che già ne hanno pochi (non ne ha di più, HA GLI STESSI DIRITTI) ed io, senza gridare, in modo educato e civile, vorrei ricordarlo anche a Lei sperando che Lei, prima di andarsene, riesca a risolvere questo problema.
Qual’è il problema? Ecco: mio figlio, oggi quattordicenne, è affetto da autismo. E’ stato regolarmente iscritto all’età di tre anni alla scuola dell’infanzia dove ha conosciuto la sua PRIMA insegnante di sostegno che è riuscito miracolosamente a mantenere per tutti e tre gli anni del ciclo scolastico e con la quale aveva creato un rapporto perfetto, sia dal punto di vista umano che didattico. Ma cosa succede? Non so per quale perverso meccanismo ministeriale e burocratico, ed in barba alla tanto decantata “continuità educativa”, con l’ingresso alla scuola primaria mio figlio deve cambiare insegnante di sostegno, DEVE cambiare perché, inspiegabilmente, non si comprende per quale motivo l’insegnante della scuola materna non può accompagnarlo anche alla scuola primaria. Ed ecco, quindi che in prima elementare mio figlio conosce la sua SECONDA insegnante di sostegno. Ma l’anno successivo questa seconda insegnante di sostegno viene trasferita ed in seconda elementare mio figlio conosce la sua TERZA insegnante di sostegno che a metà anno scolastico se ne va e, sempre in seconda elementare mio figlio ha la fortuna di conoscere la sua QUARTA insegnante di sostegno. In terza elementare conoscerà la sua QUINTA e, sempre nello stesso anno, la sua SESTA insegnante di sostegno, in quarta elementare la SETTIMA ed in quinta elementare la sua OTTAVA insegnante di sostegno.
Mio figlio è così arrivato alla quinta elementare ed in questo percorso ha cambiato ben OTTO insegnanti di sostegno ed un’osservazione sorge spontanea Signor Ministro: gli amici di mio figlio, amici che hanno frequentato in questi anni, anno dopo anno, la sua stessa classe, tutti normodotati, NON HANNO MAI CAMBIATO INSEGNANTE OD INSEGNANTI, hanno giustamente mantenuto, anno dopo anno, gli stessi insegnanti ed allora perché, PERCHE’, un bambino disabile, quindi un bambino più fragile, problematico, che ha bisogno di stabilità, di punti di riferimento certi, un bambino che ha difficoltà a riadattarsi continuamente ad una nuova figura, un bambino che per poter apprendere, nel limite del possibile, ha bisogno di un clima sereno e di un rapporto stabile DEVE subire tutto questo?
Ma non finisce qui, Signor Ministro. Mio figlio approda alla prima media (secondaria di primo grado) e sa cosa succede? Lei non ci crederà ma cambia nuovamente insegnante di sostegno e sa perché? Io spero che i solerti dirigenti ministeriali lo sappiano perché io non l’ho capito e non lo so. La spiegazione che mi è stata data è che l’insegnante di sostegno della scuola elementare non è abilitata per insegnare alla scuola media, come se mio figlio entrando alla scuola media potesse seguire il programma didattico ed educativo di questa scuola. Mio figlio, Signor Ministro, in prima media non sa ancora leggere e scrivere, deve necessariamente seguire un programma specifico che si adatti a lui ed al suo livello di sviluppo, programma che grazie a questo tourbillon ogni anno dobbiamo concordare di nuovo e ridiscutere con la nuova insegnante e con gli operatori della ASL. E così, ecco che in prima media, in barba alla continuità educativa e soprattutto senza alcun minimo rispetto umano, mio figlio conosce la sua NONA insegnante di sostegno.
Ma ancora non finisce qui, Signor Ministro. Pochi giorni fa ho saputo che l’attuale insegnante di sostegno, preparata, in gamba e disponibilissima, essendo stata nominata di ruolo, il prossimo anno se ne andrà, DEVE andarsene perché di ruolo!! Tutto questo, Signor Ministro, in barba alla disabilità. In seconda media mio figlio conoscerà la sua DECIMA insegnante di sostegno.
Concludo, Signor Ministro, sottolineando che le insegnanti di sostegno di mio figlio, che ringrazio tutte indistintamente per l’impegno e la passione che hanno dimostrato nel lavoro e per l’affetto dimostrato verso mio figlio e che ancora oggi dimostrano, sono sempre state costrette ad andarsene e lasciare l’incarico e questo in base a leggi e regolamenti degni di un paese incivile, in base a meccanismi che nulla hanno a che vedere con la disabilità ed il delicato ruolo che questi insegnanti ricoprono e sono state costrette ad andarsene dopo essere riuscite ad instaurare un ottimo e proficuo rapporto con mio figlio.
Lei pensi, Signor Ministro, che nonostante tutto quello che ho scritto sopra mi si dice che mio figlio deve considerarsi fortunato perché ci sono zone nel nostro bel paese dove i bambini disabili il sostegno scolastico neanche riescono ad averlo. Questa osservazione aggiunge vergogna alla vergogna.
Nostro figlio, Signor Ministro, come ed insieme a tanti altri bambini disabili, ha bisogno di lavorare molto, in modo costante e guidato da personale qualificato per raggiungere la massima autonomia possibile. Oggi nostro figlio, quattordicenne, non sa ancora leggere e scrivere e si esprime verbalmente con difficoltà. Chissà, forse in una scuola organizzata in un modo diverso e soprattutto in una scuola più attenta ai bisogni dei più deboli, nostro figlio oggi avrebbe qualche autonomia in più e, soprattutto, in una scuola diversa avrebbe goduto di un maggior rispetto.
La ringrazio per l’attenzione e Le auguro buon lavoro.

Angelo Borgna e Nicoletta Pizzi , genitori di Daniele”

Generazioneprecaria voleva ringraziare con affetto Angelo e Nicoletta del loro coraggio e della loro forza,  con la speranza che la nostra pubblicazione possa rendere consapevoli più persone possibili di realtà che rimangono troppo spesso all’ombra in questa società della vergogna cieca e sorda anche davanti all’evidenza.

In certi momenti nulla sembra accadere per caso. O magari è proprio il destino a scherzare con noi. Il dolore per la morte di Lucio Dalla non sa solamente di tristezza e malinconia, non è la semplice, e dura, presa d’atto di appassionati ed intenditori di musica, nemmeno il pianto sereno di colleghi e persone comuni, di cui è stato naturale sottofondo di vita; la morte di Lucio Dalla è un buco, senza retorica nè qualunquismo, che si apre nel mondo, già malconcio, della musica, della cultura, non solo italiana, è una voragine nei cuori di chi ama e sa riconoscere l’arte. Certo, come ogni grande artista, Lucio Dalla serviva. Forse è banale, ma vero. Lucio era strumento, nelle orecchie e negli occhi di chi lo ha seguito, di resistenza, di speranza; una bandiera da piantare in faccia a chi si crede arrivato, ed invece non è neanche partito, una bandiera da sventolare, di cui , pur non amandone i colori, si deve andar orgogliosi, una bandiera sotto cui si sono rifugiati schiere di giovani talenti, per diventare affermati musicisti, e come una bandiera Dalla era magnificamente nazionalpopolare, alto e basso contemporaneamente, impegnato ma mai chiuso, straordinaria controfigura di se stesso.

Lucio Dalla scompare proprio nella fase più acuta di questo periodo storico, fatto di crisi vere e presunte, di paure ancestrali che riaffiorano,  in cui tutti noi siamo meno solidali con l’altro, sempre meno pronti a riconoscere merito e talento, capaci di stupirci dello stupore di qualcuno; un frangente in cui i “Dalla” del futuro, caso mai ci fossero, non reggerebbero l’urto, dato che per fallire e riprovare, sembra non esserci più tempo. Così pare che di alternative non ce ne siano molte, se non di scriverti, scriverci, un pò più forte, per tentare di proseguire su questa strada, la mia, la nostra, la vostra. Ognuna straordinariamente diversa. Tutte maledettamente uguali quando si specchiano nelle parole delle tue canzoni Lucio, che ora, scusa la presunzione, sono un pò di tutti. Perchè l’arte, quella pura, non ha padroni, forse la puoi noleggiare, credendo di possederla per sempre, ma resta nel mondo, libera di servire e farsi servire.

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Dalle lacrime del Ministro Fornero, eminente esperta di sistemi previdenziali, il cittadino comune, immagina, o si sforza di credere, che alternativa non ci fosse. Senza speculare sulle emozioni, che per fortuna anche i tecnici hanno ed esternano, c’è da chiederselo veramente, tentando di tener fuori dalla discussione interessi di parte, singoli casi e personalismi. Va bene le “lacrime”, giusti i sacrifici, ma davvero non c’era un’altra strada per rendere questi sforzi più giusti, proporzionali e proporzionati alle vite, ai lussi, ai sacrifici di ognuno di noi?

Ad una prima, veloce, letta della bozza di manovra, tra i tanti dubbi, una certezza, netta, riusciamo a ricavarla. No, non parlo dell’equità, almeno di quella che ci si attendeva, ma dei soggetti e degli oggetti coinvolti. Già, chi paga cosa. Quasi, come una ineluttabile profezia, degna dell’oracolo di Delfi, come truculenta costante, i sacrifici, quelli degni di essere chiamati tali, saranno chiesti (così pare) a chi lavora, o ha avuto la “fortuna” di farlo arrivando con fatica alla pensione, a chi dichiara e non elude, insomma a quella che, con un’accentuata vena di pressappochismo, viene definita, ancora, classe media. Quei rimasugli del ceto medio che hanno saputo resistere in un’Italia che stentano a riconoscere, quella parte della popolazione che si va, via via, estinguendo, ma che nonostante tutto è capace di sopportare (ma ancora per quanto?) ed aiutare i figli, o magari i figli dei figli.

Qui non si tratta di invocare sanzioni draconiane, o adottare fantasiose, e poco ortodosse,  leggi del contrappasso. Certamente non si vuole demonizzare la ricchezza in quanto tale. Tutto ciò sarebbe degno di popoli e nazioni distanti, nel tempo e nello spazio, dalla nostra storia, da quella cultura millenaria che è arrivata pressochè inalterata a noi. È proprio (in)seguendo l’altissimo concetto di democrazia, che poi fa rima con quello, largamente sbandierato, di equità, che mi sembrano inappropriati, se non parrossistici la gran parte degli interventi contenuti in questa ennesima manovra. Misure inique che, di riffa o di raffa, accentuano una spaccatura sociale, ed economica, tra quel 10% della popolazione che detiene oltre il 50% della ricchezza netta italiana, ed i cittadini comuni.

Sperequazione che si palesa nettamente nella stragrande maggioranza di questa manovra; dalla deindicizzazione delle pensioni (per quelle superiori ai 936 euro lordi!!) che colpirà il 76,5 % dei pensionati, e speriamo sia rivista (pare fino a 1400 euro per un solo anno), alla scure dell’ IMU (la nuova imposta che andrà a sostituire la vecchia Ici), che si abbatterà sulle teste di tutti i cittadini senza discriminante alcuna. La nuova imposta peserà molto di più sui patrimoni (immobili) di (quasi) tutti gli italiani rispetto alla precedente, data la rivalutazione del valore catastale (+ 60%).
Per non farsi mancare proprio nulla, ecco l’ennesimo rincaro, immediato, su carburanti (8,2 cent sulla benzina, 13 per il diesel) ed imposte indirette;vedi l’IVA che aumenterà di 2 punti percentuali, senza nessuna differenziazione tra beni e servizi su cui gravava l’imposta del 10% e quelli per cui si era arrivati (ultimamente) al 21%. Per abituarsi all’idea ci sarà tempo; l’aumento dell’IVA avverrà solo a partire dall’ottobre del 2012 (cui farà seguito un ulteriore innalzamento di 0,5% dal 1 gennaio 2014); tempo per comprare il panettone, affannarsi nella rincorsa all’ultimo dono, cucirsi addosso il sorriso delle migliori occasioni, far finta che tutto vada bene, o almeno meglio di come qualche malpensante tragicomico aveva preconizzato; così da addormentarsi tra i migliori propositi per l’anno che verrà in nome di nostro signore “ottimismo”, per risvegliarsi in un paese che non c’è (più).
E sull’altro piatto della bilancia, quella dell’eguaglianza, della solidarietà, cosa c’è? In che modo sono chiamati a contribuire i veri privilegiati? A parte l’ulteriore tassazione dell’1,5% (!!) dei capitali già scudati (misura sulla quale grava più di una perplessità in merito alla concreta attuazione), nel testo proposto dal Prof. Monti possiamo scorgere il cosiddetto “superbollo”, che graverà, a partire dal 2012, sui proprietari di veicoli superiori ai 185 chilowatt, con una maggiorazione di 20 euro ogni chilowatt eccedente il predetto limite.  Si colpiscono auto, considerate di lusso, e barche, attraverso una specifica tassa, detta di stazionamento che varierà in base alla grandezza dell’imbarcazione (da 5 euro al giorno per gli scafi più piccoli fino a 703 per quelli superiori ai 64 metri), e non i proprietari, gli uomini, i loro patrimoni. Così pagherà sempre e comunque quella parte di popolazione abbiente, ma onesta, che non nasconde, se stesso, ed i suoi averi, dietro gli archetipi dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Buoni propopositi arrivano dal taglio delle buonuscite per i supermanager, dallo stop alle cariche incrociate; ma, francamente, ci sembra poco, troppo. Non basta chiamarli “Nuovi noti”, non è sufficiente il contributo del 15% (percentuale rivista, la precedente era 25%) sulle pensioni superiori ai 200000 euro,  a regalarci la certezza che tutti diano, quello che possono. No perchè la sensazione è che si vada a colpire non chi è ricco, ma chi non è povero, insomma coloro che quel frammento di serenità se lo sono sudato, in modo da ridurre un numero sempre maggiore di cittadini ai limiti dell’indigenza, evidenziando quel divario a cui ho fatto riferimento precedentemente.

A forza di tagli e sacrifici, lo sviluppo e la crescita sembrano rinviati per l’ennesima volta. C’è chi parla di un avvitamento dell’economia italiana su stessa, io preferirei definire questa condizione come spirale, inflazionistica ma non solo, che, se non affrontata con cure più adeguate, rischia di fagocitare ricchezze e certezze degli italiani, trascinandosi dietro prospettive ed attese faticosamente sopravvissute.

Così tra un emendamento e l’altro, tra una conferenza stampa ed una cena a Bruxelles, mentre lo schifo di quatrro (non tutti) politicanti (non politici) si batte eroicamente nella difesa di certi privilegi, c’è un’Italia che piange silenziosamente, in case (per chi ce l’ha) umili che significano una vita di sogni e di rinunce, ma che, ostinatamente, non molla la propria dignità. Ci sono sguardi delusi, grida d’aiuto cha cadono nel nulla e spalle piegate da promesse pesanti puntualmente disattese. E c’è un passato troppo ingombrante che non riesce a lasciar spazio al futuro.
Sotto la grande bandiera dell’uguaglianza siamo un popolo di soli in mezzo a tanti.
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