Archivio mensile:aprile 2011

Ri..Masi solo.

È finita l’ avventura di Mauro Masi alla guida della Rai. Sarà il nuovo amministratore delegato della Consap, società controllata dal tesoro. In molti tirano un sospiro di sollievo. Sono pochi, i suoi fedeli, a dispiacersene. Dell’ abbronzatissimo dg ci ricorderemo soprattutto per i siparietti degni di comici consumati, per qualche (troppe) consulenza elargita a destra e manca e per i contrasti con personaggi cardine della televisione di stato; vedi Santoro, Dandini, solo per citarne alcuni. Usando un eufemismo, la sua gestione non è stata il massimo dell’ efficienza.Poco virtuosa, molto approssimativa.  Dal mancato intervento, in occasione della satira sanremese delle “iene” Luca e Paolo, al tentativo reiterato, e maldestro, di far fuori Santoro. Prova a piazzare i suoi adepti ovunque; il caso di Susanna Petruni è emblematico; senza dimenticare, in un’ azienda che vede aumentare i debiti e diminuire le entrate, contratti come quello fatto (durata triennale) a Giuliano Ferrara per il suo, deludente, e poco visto, “Qui Radio Londra”, o quello a Vittorio Sgarbi, in onore di nostra signora par condicio . Talmente impegnato tra giochi di palazzo e censura delle diverse identità interne alla Rai che  il dg si è scordato (?!) di rinnovare i contratti in scadenza di mezza raitre; tra cui Fabio Fazio, Serena Dandini, Milena Gabanelli, Giovanni Floris. Guarda il caso. Troppo anche per S.B. ed i suoi.

Forse è per questo che il “nobile” ha deciso di premiare il “vassallo” Masi con un aumento di stipendio (765 mila euro contro i 715 mila che percepiva in Rai). Tutto ciò, ad occhi meno attenti,  potrebbe apparire paradossale, da commediola degli equivoci; certo in un contesto sensato, un dirigente incapace, non viene ricompensato, ma cacciato. Si in un paese logico, appunto. Dove le regole del mercato valgono per tutti. Ci si riempe spesso bocca ed occhi con il rinnovo della nostra classe dirigente, a tutti i livelli, in tutti gli ambiti. Si definiscono “giovani” ottimi professionisti che in realtà sono semplicemente meno “vecchi” di vetusti carneadi a cui non interessa far andar bene le cose, ma solamente l’ asservimento a questo o quel politicante. Per poi sparire, riciclarsi, rispuntare fuori improvvisamente. E te li ritrovi a capo di qualche ente meno conosciuto, con stipendi impensabili, abilitati, nonostante tutto, a decidere e disporre del destino di chi il lusso dell’ errore non può proprio permetterselo. A giudicarli col metro del nepotismo, mentre in tv fanno l’ apologia del merito.

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Cinecittà “la fabbrica dei sogni”

Oggi 29 Aprile apre al pubblico  (in occasione dei 150 anni dell’Unita d’italia e del suo 74° compleanno) Cinecittà si Mostra, tanto atteso questo evento che nessuno credava più potesse accadere.

Regno del cinema Italiano, dove le storie, le parole delle sceneggiature, le maestose scenografie, gli abiti, le luci hanno fatto di questo luogo, così ambito dai registi, la “Storia del cinema internazionale”,che ha dato i natali a quelli che sarebbero diventati attori famosi e che ha conosciuto chi lo era già .

La mostra vuole essere percorso espositivo che possa raccontare, attraversando le varie aree tematiche, come viene realizzato un Film, dai costumi al montaggio, il dietro le quinte, le maestranze, i giganteschi set all’aperto, sottolineando la grande dedizione, passione e sopratutto professionalità che hanno reso famosa cinecittà in tutto il mondo.

La Palazzina Fellini luogo dove si tessono le lodi dell famoso regista è anche luogo, come ci racconta anche il comunicato stampa, del “mito della Hollywood sul Tevere”, dove si ripercorrono le glorie e i fasti della Dolce Vita simbolo della Roma anni 50/60.

Per troppo tempo tutte queste ricchezze, intrinse di antichi saperi, mestieri che vanno scomparendo, colonne portanti di un bagaglio culturale nazionale, in un luogo abbandonato alla sua infausta sorte, come un Nonno, saggio, messo all’angolo da una società noncurante delle rughe, storie troppo lontane da noi,che non vogliamo riascoltare, sono piuttosto un fecondo eclissato patrimonio.

Un’eredità culturale fatta di ricordi, racconti che quando vengono riscoperti dall’animo umano, talvolta impegnato insensatamente a rincorrere solo il domani, non può che farli suoi, impossessandosi di un navigato manuale,  strumento prezioso per creare un futuro migliore.

Cinecittà è viva, lavora e si sviluppa per essere sempre più internazionale – afferma il presidente di Cinecittà Studios Luigi Abete
– Proprio per questo motivo, e per consentire una visione completa e integrata dei mestieri che vengono quotidianamente svolti nella
Fabbrica dei Sogni, questa mostra avrebbe avuto necessità di ben altri spazi. Tuttavia, tra accettare il rischio del limite di spazio o subire quello del silenzio, abbiamo deciso di sviluppare l’iniziativa della mostra che vuole consentire ai visitatori di conoscere di persona Cinecittà e che vuol essere il progetto pilota del futuro Museo del Cinema”.

Così che, questo tanto atteso evento, attraverso il quale le persone possono perdersi nel film della propria vita, possa divenire monito propositivo ad una collettività che troppo spesso dimentica le sue origini e sopratutto le sue risorse culturali, caposaldo prestigioso, il nostro, che dovremmo sfruttare se volessimo davvero ripartire. Ricominciare da chi del cinema ha fatto  la sua vita, spesso dietro la scena, sempre con laborioso orgoglio. Quelli che appaiono, a volte, solo nei titoli di coda.

“..i sogni son desideri…” è quello che il cinema ci insegna…proviamo a non scordarcelo!

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A partire dal 29 aprile 2011
tutti i giorni dalle 10,30 alle 18,30
escluso il martedì.
Roma, via Tuscolana 1055
Metro A (Fermata Cinecittà)
Biglietto ingresso
Adulti: 10 euro Bambini: 5 euro
Il catalogo della mostra è edito da
Electa Mondadori.

www.cinecittasimostra.it
www.cinecittastudios.it

Oltre la Libia, il terrore.

Metti una calda giornata di primavera. Calda come sa essere in Marocco. A Marrakech. Mettici un bar affollato, l’ Argana Cafè,  in una delle  piazze più trafficate , piazza Jemaa El Fna (Raduno dei morti), cuore della medina, stracolma di turisti provenienti da ogni dove. Tutto scorre con quella consueta frenesia, tutto e tutti rincorrono qualcosa che sanno. O forse no. Nessuno disposto a fermarsi, ad interrompere il cammino verso luoghi o persone; un posto da vedere, un’ opera d’ arte da ammirare, una bevanda da gustare, il lavoro che incombe, la gioia di un gioco, il tempo da ingannare. È un boato, alle 12,30 italiane, a porre fine ad ogni velleità. Chi è più fortunato, è chi ha ancora gli occhi nelle orbite, per piangere. Chiuderli e far finta che non sia così, accarezzarli, per poi riaprirli e guardare in faccia una realtà talmente orrenda che non regaleresti neanche al peggior nemico. Nessuno è responsabile, ma tutti coinvolti.  Quei 14, finora, morti, quei 20, per adesso, feriti, chi ha visto, chi ha sentito ma non solo. Noi, voi, i paesi che si (auto) proclamano civili, quelli che decidono quali, e quando, guerre combattere, che stabiliscono cosa e chi è giusto sacrificare. Quale pace sia più pace, quale popolo abbia diritto alla autodeterminazione, e chi invece no. Poco importa cosa verrà accertato. Se verrà appurato perchè e come 4 bombole di gas erano piazzate al primo piano del palazzo in piazza Jemaa El Fna. Chi sia stato, se un kamikaze isolato o un gruppo terroristico organizzato. Quello che rimane è il dolore. La vera scommessa, colorata di speranza, è la solidarietà umana. Così da non girarci dall’ altra parte, solo perchè il colore di cadaveri e bombe è diverso dal nostro.

Una decisione non presa , pesa più di una bomba sganciata. Perchè ci imprigiona, ci lascia impotenti.

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Vieni avanti….Bersani!

Poliedrico. Polemico. Appassionato. Il solito Nichi Vendola, leader di Sel, parla dalle colonne del Fatto Quotidiano. Lo fa a tutto tondo, senza risparmiarsi, senza risparmiarne a nessuno.  L’ ottimo Fabrizio d’Esposito prova a pungerlo provocatoriamente. Partendo dal paragone tra il governatore della Puglia e Bossi, passando a domande sul futuro della sinistra, finendo con le prospettive future. Il filo che accomunerebbe i due esponenti, sembra  chiamarsi “no alla guerra, di Libia”; ma Vendola rifiuta, giustamente, il raffronto: “Quello dei leghisti non è pacifismo…è cinismo indifferenza”, chiarendo che la posizione assunta dal carroccio è giustificata solamente da un’ endemica fobia nei confronti del diverso, dello straniero. Spazia Nichi, ma non lo fa mai a caso, ogni concetto colpisce chi deve, come il fioretto dello schermidore centra il bersaglio. Ogni parola è un gioco d’ arte, esercizio, mai banale, di dialettica che cattura chi legge. Con lo stesso piglio risponde sulla sinistra italiana ed i futuri assetti del centro-sinistra. Quando viene stuzzicato sul rapporto odierno con il Pd, ammette:”Oggi siamo divisi” , precisando immediatamente :”…ma sono convinto che se fossimo stati noi al governo non avremmo accolto Gheddafi col baciamano e avremmo capito le rivoluzioni mediterranee come accadde con quelle dell’ est europeo “. Vendola appare critico con certe posizioni del partito democratico ma dalle sue dichiarazioni emerge chiaro e forte un invito al dibattito, al confronto. Per ridisegnare un Italia migliore, un’ alternativa credibile. Arriva a dettare delle regole che siano comuni. È Inevitabile che lo faccia perchè sa  che per battere S.B. occorre essere compatti; e perchè sa di essere capace, e quindi solido. Forte di un modo nuovo di far politica, forte dei numeri. Si perchè i dati dei maggiori sondaggisti concordano nell’ accordare a Sinistra ecologia e libertà una percentuale che va dal 7 all’ 8,5%. L’incidenza del movimento di Vendola sui destini della politica italiana è evidenziata, prudentemente, anche da Roberto Dalimonte, de “Il sole 24 ore” che di certo non può esser tacciato di integralismo sovversivo. La coalizione composta da Pd, Sel ed Idv, vincerebbe le elezioni sul tandem PdlLega nord (44,1% contro 41, 2%) mentre, nel caso il Pd decidesse di andare a braccetto con il terzo polo (33,5%) ad avvantaggiarsene sarebbe il centrodestra con il 38,1% dei consensi con Sel, Idv ed altri soggetti della sinistra al 28,4%.

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Credo che sia venuto il momento di accollarsi oneri e responsabilità che toccano al maggior partito di opposizione, che si vanta di poter proporre una seria alternativa di governo. Per passare alla cassa e riscuotere onori e meriti. Per inaugurare una fase di vero cambiamento.

Chissà se il segretario Pd ama Beckett. Per scongiurare il “teatro dell’ assurdo”, vieni avanti Bersani!

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La Francia lancia un’OPA sull’Italia

“Abbiamo un progetto ambizioso fare di Parmalat il gruppo italiano di riferimento a livello mondiale nel settore del latte confezionato con sede, organizzazione e testa in Italia” . Queste le parole, del direttore generale di Lactalis, Emmanuel Besnier, che preannunciano la decisione del gruppo francese di lanciare un’ Opa per l’ acquisto della totalità delle azioni di Parmalat. Il prezzo: 2,60 euro ad azione. Nel mentre il titolo Parmalat, sospeso in borsa, viene riammesso, ottenendo un + 11,59 %, arrivando a 2,58 euro.   “L’ intenzione” si legge nel comunicato francese “è quella di far confluire in Parmalat le attività europee del gruppo” oltrechè “la valorizzazione del brand in ambito internazionale”  aprendo nuovi mercati come Brasile, Cina ed India. Si ribadisce inoltre la ferma intenzione di mantenere il titolo quotato alla borsa di Milano. Arrivati a questo punto è lecito chiedersi cosa sia cambiato. Perchè l’ iniziativa, apparsa concreta, che mirava alla protezione dell’ azienda di Collecchio, allontanando qualsiasi possibile “attacco” esterno, sembra del tutto tramontata? Si era parlato di leggi ad hoc, o anche di chiedere uno sforzo a soggetti come Ferrero o Intesa Sanpaolo. Nulla è successo. Perchè?  Probabilmente, la risposta la possiamo trovare, nel solito, atavico problema italiano; l’ immobilismo.  Un governo che passa il tempo a rincorrere gossip e problemi personali di qualche esponente, non può, materialmente, avere forze e tempo per trattare e, possibilmente, risolvere,  questioni di questa portata. A pensarla come noi sembra anche la leader di Cgil Susanna Camusso che afferma con forza quanto tutto ciò segni “il  limite di un governo che ha negato in tutto questo periodo l’esistenza di una politica industriale e che ha pensato che sul piano della finanza si risolvessero i problemi”  .  Arrivati a questo punto, la pista francese sembra l’ unica percorribile. Certo, con tutti i “se” ed i “ma”  che derivano da esperienze similari non del tutto positive. Il timore più concreto è che a risentirne possa essere il nostro sistema economico, già messo a dura prova da politiche industriali non appropriate; in termini di  filiera produttiva, che potrebbe essere decentrata ulteriormente,  e, più preoccupante,  per quanto riguarda i lavoratori che, come Fiat ed Alitalia insegnano, quando ci si ritrova in situazioni di ristrutturazione, o di acquisizione, sono i primi a subirne il contraccolpo.

Tutto ciò appare meno rilevante se tentassimo di vedere le vicende da una diversa angolazione; come un grande, gigantesco, intreccio tra Italia e Francia. Tra due governi, il cui rapporto ha vissuto varie fasi, in un’ altalena continua, tra dichiarazioni ufficiose e smentite ufficiali. Tra due personalità (Sarkozy e Berlusconi), tanto speculari, quanto contrastanti. Che l’ oggetto del contendere non sia solo Parmalat ma anche energia nucleare, quindi Edison, i rapporti tra edf ed enel, senza dimenticare la liaison tra Fonsai (Ligresti)Groupama, è chiaro a molti. Il risultato della partita, comunque, sembra ormai scritto. Per l’ ennesima vota i cugini d’oltralpe si impadroniscono di una nostra eccellenza. Dopo i magnati Pinault (Gucci e Bottega Veneta) e Arnault ( Bulgari, Fendi),  ecco la famiglia Besnier. Imprenditori lontanissimi gli uni dagli altri, accomunati dalla “passione” italiana.                                  

Che il destino del nostro paese sia sempre più quello del comprimario è evidente.  Come uscirne pare meno chiaro.

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La libertà nella mente, la Resistenza nel cuore. O bella ciao!

Celebriamo la Resistenza ricordando chi ha sofferto e lottato per raggiungerla il 25 Aprile 1945.

Celebriamo la Resistenza ricordando quante volte ogni giorno in Italia essa viene umiliata e calpestata.

Celebriamo la Resistenza ricordando i popoli che oggi lottano e soffrono per la loro libertà e la loro Resistenza.

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L’ umiltà dei giovani

La disoccupazione giovanile è ormai arrivata oltre il 30 per cento. In una situazione del genere, non degna di un paese civile ed avanzato, il governo sembra aver trovato la soluzione; certo la colpa è dei giovani. Si perchè non si adattano, non si “abbassano” . A dirlo, qualche giorno fa, da Washington, è un Giulio Tremonti più loquace del solito, che tiene a ricordare come gli immigrati siano meno esigenti, meno pretenziosi. A fargli eco, dalle pagine del corriere della sera, non poteva mancare il ministro Gelmini sostenendo che “il governo aiuterà le nuove generazioni a superare il pregiudizio nei confronti dell’ istruzione tecnica e professionale”. La teoria rilanciata anche dal Censis, come troppo spesso accade in questo paese, appare un atto dogmatico, non supportato dai numeri. Infatti, come ci ricorda l’ ottimo Stefano Feltri sul Fatto quotidiano, supportato anche da Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani, non esiste alcun dato ufficiale che parla di rifiuto di posti di lavoro da parte dei ragazzi. Ad esempio, non esiste nessuna domanda in questa direzione, all’ interno del questionario Istat, strumento decisivo ed imprescindibile per l’ effettuazione di ogni tipo di analisi. Ci si chiede se abbia allora un fondamento questa spasmodica riscoperta del lavoro manuale, oppure esista una volontà di piegare i dati alle proprie convinzioni. Nell’ ultimo rapporto unioncamereministero del Lavoro emerge forte la carenza di meccanici ( ne cercano 2860) e riparatori di serramenti (1350).  Questo elemento significa forse che tutti i giovani sono destinati a questa carriera? Sarebbe riduttivo rispondere semplicemente no. La motivazione ce la dà proprio unioncamere; fatta eccezione per il 2009, annus horribilis, gli inserimenti programmati da parte delle aziende di  laureati e diplomati, sono costantemente cresciuti (dall’ 8,4 % dell 2004 all’ 11,9 % del 2009), tendenza opposta per chi possiede la sola licenza media (passati dal 41% al 30,4 %).  Morale: studiare conviene, ancora. Certo non come una volta, rapporto Almalaurea alla mano (a un anno dalla laurea specialistica il tasso di disoccupazione era 16,2 % nel 2008 contro 1i 17,7 % del 2009 ) . Di conseguenza, la conclusione cui arriva il Censis, sembra poggiare su pilastri tutt’ altro che solidi; tra il 2005 ed il 2010 la presenza di lavoratori under 35 è dimnuita (dal 34,3 % al 27,6 %) in quei settori  più strettamente manuali, mentre nello stesso periodo, negli stessi settori è cresciuta la presenza di lavoratori  stranieri (dal 10 al 18,8 %). Dunque, si potrebbe concludere che gli stranieri, hanno preso il posto dei giovani lavoratori. Tuttavia non si considerano alcuni elementi: i ragazzi sono i più facili da espellere dal mercato del lavoro (36 % delle nuove leve nel 2010) anche per  la bassa (solo il 15 %)  percentuale di contratti a tempo indeterminato, oltre questo occorre ricordare che assume carattere fisiologico (immigrazione), l’ aumento di stranieri (con bassa istruzione) nel nostro mercato del lavoro. Ciò avviene in tutti gli stati Ocse, senza per questo, che venga buttata benzina sul fuoco di uno scontro sociale e generazionale, come avviene solo in Italia. Si sta parlando di una guerra tra poveri che, come unico risultato produce instabilità e false credenze,  intanto ad approfittarne è solo chi dà voce a iniziative propagandistiche, come se potessimo andare avanti in una eterna, straziante campagna elettorale.
Cari ministri, membri di commissioni e pennivendoli, non vi sembra eccessivo questo atteggiamento? Domanda retorica per chi, come voi,  si desta solo per tacciare di antidemocraticità uomini e concetti che, semplicemente, vi rimproverano, di non far nulla per le nuove generazioni, di non averlo mai fatto.  È chiedervi troppo, capisco, se vi si domanda un impegno, da rispettare. Quindi non lo faccio; ma almeno il buon gusto di non pronunciare  parole come abnegazione, fatica o, peggio ancora, umiltà.  Pensavo che si fosse toccato il limite, nel non prendere provvedimenti di nessuna natura concreta. Ma mi sbagliavo. Non vi accontentate. Mentre una generazione intera è allo sbando, senza il barlume di una prospettiva, voi accusate, ci rimproverate, decantate teoremi, scordandovi persino di cosa, e come, avete fatto per l ‘università italiana. Vergognatevi, se ne siete capaci.

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