diritto di vita…e di morte.

L’ultima storia è quella di Dioune Sergigme Shoiibou, trentenne senegalese, trasferito da meno di un mese dal carcere romano di Regina Coeli alla casa circondariale di Viterbo, morto nella notte di sabato scorso a causa, così sembra, di un infarto (in attesa di autopsia). Da quanto viene riportato il giovane soffriva di crisi epilettiche causate da un’ ematoma cerebrale, per cui era stato operato prima dell’arresto.  Detto questo credo che sia arrivato il momento di interrogarci, senza polemiche o preconcetti, sullo stato delle nostre patrie galere, tutti, anche chi si sente esente da responsabilità, pensando a queste come un corpo distaccato dalla cosiddettà società civile. È proprio questo l’errore originario, su cui si basa un castello di menzogne e stereotipi, cementato da un collante fortissimo, la paura. Non considerare la popolazione carceraria, come parte di uno stato, oltre ad essere erroneo, è fuorviante. Senza l’aiuto di Voltaire, o qualche altro grande pensatore, dovremmo convincerci che non esiste una dignità alternativa per chi è in carcere, realizzare che per definire uno Stato, democratico, deve sussistere un paradigma di minime garanzie per ogni essere umano che calca questo suolo, anche un carcerato. L’auspicio è quello di poter vivere in uno paese in cui, chi sbaglia possa pagare, chi è innocente non subisca ingiustizie ma anche in un posto in cui non ci sia più netta distinzione tra libertà e liberazione, nel quale il diritto ad una vita giusta valga quanto quello ad una morte (almeno) decorosa. Chissà se chi cita, distrattamente, la nostra Costituzione, ricorda il fine rieducativo e riabilitativo del carcere; ma questo conta il giusto, in fondo, domani, in pochi si ricorderanno di Dioune, ultimo nome di una lista troppo lunga. Di uomini prima che galeotti.

© Riproduzione riservata

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