L’importanza di chiamarci Peppino Impastato.

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9 maggio 1978. E’ il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, in via Caetani a Roma. L’altra notizia, quella che passa quasi inosservata, è l’uccisione di Giuseppe Impastato. Peppino muore con una carica di tritolo posta sotto il suo corpo, sui binari della ferrovia. A Cinisi, nella sua terra fatta di cinisare e ricotta, che tanto ispirò Giovanni Meli. Gins è il nome arabo di Cinisi, che significa spiriti e fantasmi. Suo padre Luigi Impastato, capo di un piccolo clan nonchè cognato del boss Cesare Manzella, cerca da subito di imporgli il codice compartamentale mafioso. Ma Peppino si rifiuta in modo irriverente, si ribella fino al punto di essere cacciato di casa. L’incomprensione del padre ricorda quella di Pietro Bernardone con suo figlio Francesco. E come San Francesco d’Assisi, Peppino è in preda ad una febbre d’amore per i più deboli: gli edili, i disoccupati, i contadini. Inizia un’attività politico culturale antimafiosa e si unisce alle lotte contro l’espropriazione delle terre. Organizza cineforum, eventi musicali e teatrali, dibattiti. Cerca di risvegliare la sua gente, di destarla dal torpore della connivenza politico-mafiosa. Nel 1976 Peppino e i suoi amici fondano Radio Aut, che diverrà uno strumento fondamentale di denuncia degli affari e dei delitti mafiosi. La satira politica di ‘Onda Pazza a Mafiopoli‘ arriva nelle case di Cinisi e dintorni. Anche in quelle delle famiglie mafiose. Ma soprattutto in quella di Gaetano Badalamenti. Ma Zu Tanu non gradisce. Lui non è Luigi Impastato. Non è un padre ferito nell’orgoglio da un figlio ribelle. Per un uomo d’onore essere ridicolizzato pubblicamente è un’onta intollerabile ed imperdonabile. Due anni più tardi, a pochi giorni dalle elezioni comunali di Cinisi alle quali Peppino è candidato, fa eseguire la sua condanna a morte. La reazione della cittadinanza è forte. Alle elezioni votano simbolicamente Giuseppe Impastato, riuscendo a farlo eleggere. Moro e Impastato. Due morti feroci. E due indagini molto difficili, fatte di depistaggi. La morte di Impastato viene inizialmente spiegata come un tentativo di atto terroristico. Poi, viene umiliato sostenendo la tesi del suicidio. Peppino ottiene in parte “giustizia” solo nel 2001 e nel 2002, con le condanne di Vito Palazzolo e di Gaetano Badalamenti. Mentre gli esecutori materiali non verranno mai condannati.

Giuseppe Impastato fu un uomo onesto che amò la sua terra, e la difese senza tacere, senza omertà, senza paura, denunciando gli affari politico-mafiosi. E’ questo il messaggio più bello che ci ha lasciato, ed è questa l’importanza, per noi, di chiamarci Peppino Impastato.

Appartiene al tuo sorriso
l’ansia dell’uomo che muore,
al suo sguardo confuso
chiede un pò d’attenzione,
alle sue labbra di rosso corallo
un ingenuo abbandono,
vuol sentire sul petto
il suo respiro affannoso:
è un uomo che muore.

Peppino Impastato

© Riproduzione riservata

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Un pensiero su “L’importanza di chiamarci Peppino Impastato.

  1. antonio

    per quanto doveroso e giusto sia un post del genere a Peppino, mi sento di sdrammatizzare su un argomento talmente delicato e al contempo duro come quello della mafia, con un video degli Sgommati, la loro satira politica anche in questo caso non ha risparmiato niente 🙂

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