Archivio mensile:giugno 2011

Tutti in piedi! Va in onda l’Italia migliore!

TUTTI IN PIEDI!

UNA SERATA SPECIALE PER FESTEGGIARE LA FIOM, LO STORICO SINDACATO DEI METALMECCANICI!

Con Michele Santoro, Marco Travaglio, Serena Dandini, Vauro Senesi e….. Celentano??!

BUON COMPLEANNO ALL’ITALIA MIGLIORE!

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La bassezza di Brunetta

La tentazione di commentare le parole del ministro per la pubblica Amministrazione è stata forte, fortissima. Al limite dell’irrinunciabile. Poi mi sono reso conto che sarebbero state parole buttate, grida che sarebbero cadute nel vuoto. Idee sole in un cervello povero. Quello, invece, di cui non posso non scrivere è l’aria da basso impero che si respira in Italia; non sono certo delle frasi di un qualsivoglia cortigiano del governo a farmi rabbrividire, a scuotermi sono le non reazioni, la finta indignazione, le facce sbattute davanti ad una telecamera qualsiasi a testimoniare vicinanza e solidarietà a quei (milioni) di ragazzi (e non) che hanno avuto l’ardire di rivendicare, semplicemente, un proprio diritto. Ma il precario deve rimanere precario. Nella vita, negli affetti, nei divertimenti. Perchè più controllabile, maggiornente influenzabile, meno indipendente.

Probabilmente mi sbaglio io, forse non c’entra molto (o nulla), ma sembra come se coloro che dovrebbero tutelare i soggetti più deboli, quelli  che hanno acquisito diritti e meriti, con una mano consegnino loro una promessa fasulla mentre con l’altra contribuiscano a rendere il nostro paese sempre più immobile, stantio, paludoso. Gli stessi, che, magari (senza dietrologismi), hanno saltato qualche passaggio, obbligato al contrario per gli altri, che hanno detto “obbedisco” più volte, o preso qualche squallida scorciatoia, insomma uno stuolo di presunti tecnici che parla e teorizza del e sul merito; senza mai un accenno, neanche velato, al proprio.

Dopo la grande dimostrazione di risveglio culturale arrivato dal popolo, ora sta a voi. Sul serio. La gente deve poter guardare avanti. Quei ragazzi ignorati dal ministro non si meritano un presente ed un futuro del genere. Così come la nostra collettività non si merita Renato Brunetta.

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La vittoria della gente. Per la gente.

Siamo noi. Siete voi. Siamo tutti ad aver vinto. Chi ha votato, chi si è prodicato.  Questa è la risposta della gente ad un clima non più sostenibile, ad uno stato delle cose che deve essere sovvertito. Questa è la vittoria di una coscienza civica sepolta sotto scorie di ignoranza, ricoperta da fetidi cumuli di letame, la vittoria di chi ha speso tempo e fiato per convincere un fratello o un amico, per spronare chi, di questa Italia, non vuol più saperne. Per una volta, guardandoci negli occhi, potremo dire, senza se e senza ma, di aver fatto la scelta giusta (l’unica possibile), una piacevole eccezione in cui dentro c’è tanto, forse tutto: c’è la volontà di rendere concreta, una altrimenti vana speranza di un paese migliore, più sano, più bello, in grado di giungere inalterato alla vista delle generazioni future, c’è  un caleidoscopio di sensazioni che ci ricorda cosa significa vivere in una democrazia, c’è la presa d’atto di un popolo intero

È per questo che, anche se non lo sa, ha vinto anche chi non è andato a votare. È per questo che oggi 13 giugno 2011 ho riscoperto l’orgoglio, da tempo inesorabilmete assopito, di far parte di una comunità viva, attiva, pensante. La dignità di essere Italiano.

Grazie a tutti.

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Da Fukushima: “prendete la decisione giusta”

Ecco l’appello di Greenpeace International da Fukushima; per chi fosse ancora indeciso, per chi prova a fregarsene pensando che il Giappone è lontano. Dedicato a chi gioca, e confonde, i numeri; quelli dei grandi finanzieri, che trovano spazio ovunque e comunque, delle false promesse, quelli di una ricchezza radioattiva, con le cifre delle vittime annunciate, quelle delle vite segnate, dei cuori con i battiti contati, del dramma di una natura che non ne può più. Ma nell’analisi costi-benefici nessuno ha previsto esternalità come rispetto del prossimo, tutela della salute, salvaguardia dell’ambiente.

Il 12 e 13 Giugno ANDATE A VOTARE E PRENDETE LA DECISIONE GIUSTA!

GRAZIE… ANCHE DA PARTE NOSTRA!

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Verso i referenda: Nuclear Impossible.

Dopo il legittimo impedimento e i quesiti sull’acqua bene comune, è la volta del nucleare. Cerchiamo di capire le ragioni per andare a votare ‘Sì’ anche a quet’ultimo quesito.

Come molti sapranno, in un primo momento il Governo aveva modificato la legge, e quindi il testo referendario, proponendo una moratoria che aveva lo scopo di rinviare il tema di un paio d’anni. Il tempo necessario per metabolizzare Fukushima e renderne più lontano il ricordo. Tuttavia, il tentativo maldestro di affossare il referendum si è rivelato inutile. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto opportuno procedere comunque alla consultazione, aggiornando il testo del quesito, poichè l’intervento del Governo non modificava lo spirito iniziale della legge. Chi ci ha rimesso sono sicuramente gli elettori italiani all’estero, che avevano già votato e per motivi tecnici non avranno il tempo di ricevere le nuove schede.

Sul tema del nucleare si è detto veramente di tutto e il suo contrario, spesso con il risultato di generare confusione e disinformazione. A partire da numeri e percentuali sulla quantità di energia ricavabile dall’atomo, fino alle dichiarazioni di qualche tempo fa dell’oncologo Umberto Veronesi (“Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero”). Anche Margherita Hack ha preso le difese del nucleare, lamentando un’eccessiva irrazionalità sul tema. Non pretendendo di essere esaustivi, proviamo allora ad affrontare razionalmente alcune questioni del nucleare. Per farlo bisogna innanzitutto tener presente e distinti due fondamentali aspetti: l’aspetto energetico, e quello ambientale.

Dal punto di vista energetico, il problema si riduce alla valutazione della convenienza economica rispetto ad altre fonti di energia. Sebbene le stime siano contrastanti, è bene conoscere quali siano le variabili che rendono così aleatorio tale calcolo.

  • Costo del combustibile: le difficoltà nella stima della disponibilità di riserve di uranio crea incertezza, con ripercussioni sul costo della materia prima (l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica prevede un calo dell’uranio tra il 2025 e il 2035)
  • Costi di esercizio e manutenzione
  • Costi di decomissioning: i costi di smantellamento sono circa il 10%-30% del capitale iniziale
  • Costi assicurativi e legali
  • Costo/opportunità legato al tempo necessario per la costruzione

Quest’ultimo punto appare fondamentale: è conveniente impiegare 20 anni o più per costruire centrali nucleari che entreranno in funzione nel momento in cui l’uranio inizia a scarseggiare? Inoltre, per essere conveniente in termini energetici il nucleare deve assumere una certa dimensione, ovvero si necessita di un certo numero di centrali nucleari: è realistico ipotizzare la costruzione di almeno 15-16 centrali, localizzate in ogni macro regione elettrica? Uno studio molto interessante fornisce tutte queste risposte.

Se anche fosse conveniente dal punto di vista energetico, l’aspetto ambientale dovrebbe bocciare ogni proposito nucleare. Da questo punto di vista infatti, l’impatto sulla salute delle persone e sull’integrità degli ecosistemi può essere devastante, come già avvenuto in passato. I problemi non sorgono solo in caso di grandi disastri nucleari (Chernobil, Fukushima), ma anche nell’organizzare una gestione sicura delle scorie e dei relativi siti di stoccaggio, nella localizzazione delle centrali in zone a basso rischio sismico (pressochè inesistenti in Italia), e nell’assicurare l’acqua necessaria per il funzionamento.

Più in generale, ci si dovrebbe chiedere: è giusto prendere delle decisioni che potrebbero incidere sul futuro delle generazioni a venire per migliaia di anni? E’ etico farlo? Non sono possibili altre soluzioni?

Quello di cui avremmo bisogno è un piano energetico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Pensare al nucleare come una possibile soluzione di questo piano appare oggi una scelta miope, forse dettata da interessi di pochi. Soprattutto se si sostiene la convenienza del nucleare dicendo “se lo fa il vicino perchè dovremmo rinunciarci?”. Forse noi e il vicino di casa dovremmo pensare insieme ad una soluzione alternativa. Anzi, alcuni dei nostri vicini hanno già iniziato a farlo bloccando le proprie centrali.

Ci dispiace per Margherita Hack, ma per tutte queste ragioni noi voteremo ‘Sì’ per dire no ad una sfida persa in partenza, antieconomica e pericolosa. Il 12 e 13 giugno invitiamo Voi lettori ad andare a votare ‘Sì’, per dire no ad un Nuclear Impossible.

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Verso i referenda: acqua pubblica. Acqua libera

Il prossimo 12 e 13 giugno l’Italia tutta si troverà davanti ad uno degli snodi più importanti della sua storia contemporanea. Noi tutti dovremo assumerci la responsabilità di decidere. Senza deleghe. Siamo onesti; non siamo certo un popolo famoso per la capacità di indignarsi, anzi, sopportiamo abbastanza bene l’odore nauseabondo di quello che ci circonda. Insomma siamo bravissimi a turarci il naso e a tirare avanti. Poco importa come. Verso cosa. Ed allora, quale miglior occasione dei prossimi referenda per segnare un’inversione di tendenza, per concorrere alle scelte che segneranno indelebilmente il nostro futuro? Parliamo di diritti (e doveri) fondamentali che devono essere protetti, rivendicati, ribaditi con la forza delle nostre posizioni.

Quattro saranno i quesiti referendari; i primi due, quelli che andremo ad approfondire oggi, riguardano, ad ampio raggio, la questione della privatizzazione dell’acqua pubblica, il terzo ha per oggetto l’energia nucleare, mentre il quarto l’ormai celeberrimo “legittimo impedimento”.

Partiamo dalle basi: cosa ci verrà chiesto nel primo e secondo quesito?

Nella prima domanda (scheda rossa) si chiede, sostanzialmente, se si è d’accordo o meno a cancellare un articolo (art. 23 bis) del decreto legge (112/2008), successivamente convertito, con modificazioni, in legge, secondo il quale la gestione dei servizi idrici sarebbe affidata ad aziende private, selezionate tramite gara pubblica, oppure ad aziende “ibride”, cioè a capitale misto pubblico-privato, in cui soggetti privati detengano almeno il 40% delle quote. Intanto, per non sbagliarsi, il governo ha già deciso le sorti delle ATO (Ambito territoriale ottimale), strutture che ancora garantiscono una gestione pubblica delle risorse idriche: rimarranno attive fino alla fine del 2011, poi due le strade: chiusura definitiva o conversione in società a capitale misto. Ricordiamo che i referendum riguardanti leggi dello stato italiano hanno esclusiva natura abrogativa (salvo quelli promossi dalle regioni a statuto speciale), quindi per abrogare l’art. 23 bis, ed impedire la privatizzazione della gestione dei servizi idrici occorre votare SI. Se, viceversa, si vuol mantenere inalterato il dispositivo della legge si dovrà votare NO.

Il secondo quesito (scheda gialla)  riguarda l’abolizione, o meno, del comma 1  dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del D.lgs. 152/2006 (norme in materia ambientale). Il comma oggetto del referendum permette (permetterebbe), sinteticamente, al gestore dei servizi idrici di ottenere dei profitti garantiti sulla tariffa, imponendo una maggiorazione del 7 per cento sulla bolletta del consumatore. Tale aumento va (andrebbe) a remunerare il capitale investito da parte del gestore, che non sarà tenuto a dimostrare le motivazioni della variazione, nè tantomeno l’esistenza di una diretta connessione con eventuali miglioramenti del servizio. L’ azienda potrà, a sua discrezione, aumentare il costo dell’acqua, in qualsiasi momento. Se si vuole abolire il comma 1 dell’art. 154, e si rifiuta questa prospettiva, bisogna votare SI, chi ritiene invece che il D.lgs 152/2006 non debba esser modificato allora voterà NO.

Non si fa molta fatica a capire quanto siano collegati i due quesiti: non solo il tentativo di sdoganare, definitivamente, la figura del privato nel settore dei servizi idrici, ma la volontà, da parte del legislatore, di garantire ai soggetti interessati una maggiore remuneratività, autorizzando questi ad aumenti ingiustificati delle tariffe. Quindi tutti contenti. Tranne il cittadino

Publlico o Privato?

Quando si parla di beni (o servizi) si è portati a pensare che la gestione pubblica sia meno efficiente di quella privata. A volte è così. Ma quando si parla di acqua la questione basilare è un’ altra: l’acqua può essere considerata un bene come tutti gli altri? Si può parlare del mercato dell’acqua, di concorrenza o monopolio come se parlassimo del mercato del caffè o del grano o, peggio ancora, del petrolio?  Secondo me no. Secondo la stragrande maggioranza degli economisti no. In che categoria mettereste l’acqua, o i servizi legati ad essa? L’acqua è bene di consumo e strumentale, è bene complementare, ma soprattutto è insostituibile. Perchè conferire la gestione dei servizi idrici ad aziende private, quando il bene acqua è parte integrante del demanio, quindi dello stato? Noi crediamo che non ci si possa permettere di far prevalere gli interessi di pochi (privati) sul diritto all’accessibilità di ogni cittadino all’acqua. Tutto questo dovrebbe condurci ad un ripensamento della gestione e dell’utilizzo dell’acqua, oltrechè ad una revisione dei principi cardine su cui si fonda il mercato della gestione dei servizi idrici.

Sono svariati i casi, sparsi sul territorio nazionale, in cui da tempo, si sono affidati i servizi idrici a privati,  andando così a sostituire il monopolio pubblico con uno di natura privata; risultato? Assenza di competitività, ricerca esasperata del profitto, intere comunità in balia di speculazioni imprenditoriali.

Chi scrive su questo blog voterà SI, sia al primo che al secondo quesito. Non solo per motivazioni di carattere politico-ideologico ma soprattutto per motivazioni economiche che ruotano attorno all’impossibilità di creare un mercato “veramente” concorrenziale; senza una  concorrenza concreta e tangibile, che consentirebbe l’ incremento qualitativo del servizio e la parallela riduzione delle tariffe per i fruitori,  non esiste nessun motivo per cui la gestione privata possa esser definita migliore di quella pubblica. Proprio perchè nella”natura” del privato non rientra il bene comune; il privato, giustamente, persegue il profitto personale, il proprio benessere, mentre è lo Stato che deve provvedere all’implementazione di un sistema di welfare degno di un paese democratico. Garantire i servizi idrici a tutti i membri della collettività è uno degli schemi fondamentali del benessere sociale.

Andate a votare. Non solo per voi,  non solamente per il vostro di futuro, non solo per un affetto o un interesse; fatelo per legittimare lo sforzo di tanti (ricordiamo che i referenda saranno validi se si recheranno alle urne il 50 per cento più uno degli aventi diritto). Questa è la magia della democrazia; tanti punti di vista differenti che si mettono al servizio di una speranza collettiva. Fate in modo che la vostra opinione conti, qualsiasi essa sia. Nella cabina, assieme ad un’idea, portate la vostra coscienza. Una non scelta non possiamo proprio permettercela.

 

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Verso i referenda: il legittimo impedimento.

Il legittimo impedimento. Il legittimo impedimento è un istituto presente nel codice di procedura penale (art. 420ter) che permette, solo in alcuni casi, all’imputato di giustificare la propria assenza durante un processo nel quale è chiamato a comparire. Nel referendum del 12 e 13 Giugno al quarto quesito ci sarà chiesto se vogliamo abrogare una parte della legge 51 del 2010, dal titolo: “Disposizioni in materia d’impedimento a comparire in udienza”, soprannominata, appunto, legge sul “legittimo impedimento”.

Che cosa succede se l’imputato non è presente in aula durante il processo? Se al momento della prima udienza l’imputato è assente per un motivo non imputabile alla sua volontà, il giudice, accertate le cause, può dichiarare la contumacia: la mancata comparizione del soggetto non pregiudica né interrompe lo svolgimento del processo che continua normalmente. L’imputato, inoltre, può essere dichiarato assente se non ha potuto partecipare per cause di forza maggiore o per un caso fortuito: tra la sua assenza e l’impossibilità sopravvenuta deve esserci un oggettivo nesso di causalità che accerterà il giudice.

Il contenuto della legge 51/2010. Questa legge, approvata dalle due camere del Parlamento, ha portato con sé forti polemiche e attriti tra gli schieramenti fin dalla sua nascita: è stata votata in tempi record tra gennaio e febbraio 2010, in appena due mesi. I suoi fondamenti sono riassumibili in alcuni punti: E’ data facoltà al presidente del Consiglio dei ministri di invocare il legittimo impedimento a comparire in un processo penale, dove sia imputato, in caso di concomitanza con una o più delle attività legate alle funzioni di Governo. La stessa garanzia può essere invocata anche dai ministri, i quali possono ricorrere a tale impedimento se il processo dovesse interferire con le loro funzioni. (art. 1 comm. 1,2). La richiesta dev’essere attivata dalla parte interessata a rinviare il processo penale, nei casi in cui ci siano gli estremi per ricorrere al legittimo impedimento per il premier o i ministri. In ogni caso non è previsto alcun potere di discrezionalità al giudice a pronunciarsi sull’effettiva legittimità dell’impedimento reclamato. Inoltre, quando la presidenza del Consiglio dei ministri attesta che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di Governo, il giudice è tenuto a rinviare il processo. Tale “impegno continuativo” è comunque limitato a un massimo di 6 mesi (art.1 comma 4). Il legittimo impedimento sarà retroattivo: si potrà applicare a tutti i processi penali in corso riguardanti i soggetti interessati.

Questioni di Costituzionalità. La Corte Costituzionale il 13 gennaio 2011 ha abrogato alcuni punti di questa legge, mantenendola comunque in vigore. In particolare la Corte fece notare che c’era un’incompatibilità con l’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e con l’articolo 138 che prevede che le leggi di revisione costituzionale abbiano un iter più complesso (doppia approvazione in entrambe le camere con un intervallo non inferiore a 3 mesi dalla prima consultazione). Inoltre il fatto che tale impedimento possa essere invocato in maniera unilaterale dalla parte interessata, senza che il giudice possa esprimere un giudizio sul merito dell’impedimento, lo fa sembrare davvero poco “legittimo” e molto unilaterale.

Una legge anomala? Questa legge si configura come un’anomalia tutta, tipicamente, italiana. Prima di tutto andrebbe a creare una situazione di sostanziale disparità dei cittadini davanti alla legge, ma non solo, quello che a molti analisti politici e a molti giuristi sfugge di questo “legittimo impedimento” è proprio il fondamento: tra lo svolgimento di una carica, e l’impossibilità a presentarsi davanti ad un giudice, a causa proprio di tutte le attività correlate con la carica stressa, sembra mancare un nesso logico. In realtà, a volerla vedere sotto un altro profilo, nulla vieta al titolare di rinunciare alla carica per non avere l’assillo delle mille attività che impediscono la presenza in aula. Parlando per paradossi, mi chiedo perché allora tale impedimento non può essere invocato erga omnes? Forse così si arriverebbe al paradosso che tutti sono (auto)immulni e non si potrebbe mai più celebrare un processo. Ed è probabilmente il fine ultimo del diretto interessato. In conclusione, una simile previsione normativa non trova analogie nelle altre Costituzioni europee o di altre democrazie occidentali: sembrerebbe un prodotto artigianale made in Italy a prova di contraffazione.

Il referendum del 12 e 13 giugno 2011: La legge 51/2010 è oggetto del quarto quesito referendario. Nella scheda ci verrà chiesto se intendiamo abrogare definitivamente questa legge.

Le ragioni del No. Non bisogna essere particolarmente arguti per arrivare a dedurre che il beneficiario della legge è essenzialmente riconducibile alla persona del presidente del Consiglio, coinvolto in innumerevoli procedimenti penali, e attraverso lo strumento normativo vorrebbe evitare le aule di tribunale.

Le ragioni del Si. Questa legge è già stata dichiarata parzialmente incostituzionale e non ha ragione d’esistere ancora. Crea una forte disparità dal punto di vista dei diritti e viola quei capisaldi del diritto moderno come la tripartizione del potere di Montesquieuana memoria, e l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura dal Governo, andando a creare un equilibrio instabile e poco funzionale per una democrazia già fragile come quella italiana.

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