Archivio mensile:ottobre 2011

Steve Jobs e il sogno della “Mela”

Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Steve Jobs

È così che vorrei ricordare la geniale follia di Steve Jobs, l’uomo che viveva per regalare sogni ai suoi clienti, che clienti non sono mai stati. Jobs ha messo in ogni sua creazione un pò di se, del suo talento, del proprio modo di vedere il mondo e la vita. È per questo che ogni oggetto o soluzione partoriti dalla sua creatività va ben oltre l’estetica e l’utilità intrinseca, donando a chi lo acquista la realizzazione di una visione, più che la soddisfazione di un’esigenza. Quello che ci consegna Steve Jobs, non è un’eredità, o non solo, fisica, tangibile, fatta di strumenti che hanno rivoluzionato la nostra quotidianità, ma è un patrimonio di idee, di prospettive unico ed inimitabile; quel bagaglio di risorse che gli ha permesso di non sprofondare quando certe correnti si facevano troppo forti, passando per epoche difficili, quel razionale ottimismo proprio di chi crede in quello che fa, nel suo progetto, anche quando il “mercato” non lo capisce; l’umiltà al servizio della genialità, quella di chi è più capace degli altri, ma si abbassa, dialoga, spiega quella nuova, rivoluzionaria visuale proposta e promessa dalle sue creazioni, insiste fino a penetrare quella spessa coltre fatta di qualunquismo e luoghi comuni, propri della miopia di certi momenti storici. Steve Jobs è andato oltre; è riuscito ad identificarsi e sintetizzare le sue concezioni in un simbolo, divenuto molto più di un marchio; riconoscibile, imparagonabile, sinonimo di un modo di fare e pensare, prima che leader tecnologico. Le idee, le migliori sanno resitere e persistere oltre il tempo che a ogni uomo è donato.

Milioni di persone continueranno a mordere la mela, alcuni cercando un oggetto, altri qualcosa in più.

Ciascuno ha una sua strada, basta trovarla ed assecondarla.

© Riproduzione riservata

Annunci

Diritto al futuro

“Non siamo qui per fare l’elenco di tutte le nostre sfighe” questo è l’urlo strozzato di una delle ragazze scese in piazza per ribadire l’esistenza di un’Italia in bilico su se stessa (guardate il video estratto da presa diretta del 2 ottobre 2011). Non contro Brunetta, non contro la strafottenza ed il menefreghismo dei poteri forti, ma per qualcosa, a favore di concetti ed idee irriducibili, così forti da dover essere smontate attraverso la menzogna, la calunnia.

Se sono qui, e scrivo, è perchè questa è una delle poche cose che riesce a farmi sentire ancora vivo, presente, attivo nella mia società; perchè, come ricorda Roberto Saviano, “raccontare le cose”, o almeno provarci “significa non subirle”.  Cerco di usare la penna, o il pc, come armi di resistenza pacifica o, magari per scaricare quella delusione che mi accomuna a molti giovani, precari. Non credo che scrivere, documentare, fotografare, insomma comunicare, significhi cambiare un mondo così complesso, ma allo stesso tempo penso che farsi passare tutto, e sempre, sotto il naso, o magari abituarsi a qualche terribile fetore significhi arrendersi; e la resa è l’anticamera della fine, la peggiore.

Spesso non dipende da te, a volte semplicemente non ce la fai; combatti con la vita, ti batti, per un posto, un’identità e finisci per implorare un briciolo di esistenza. Pierpaolo Faggiano era un giornalista pubblicista. Era un ragazzo non più ragazzo di 41 anni, morto suicida per un sogno. Già c’è chi sogna scenari e professioni fantasiose e chi, come Pierpaolo, sognava di fare il proprio lavoro, quello che ti gratifica e ti rende migliore, di vivere del suo talento, perchè Pierpaolo ne aveva. Forse è proprio questo a rendere insopportabile questa condizione: la piena consapevolezza di meriti e capacità, la presa d’atto che queste non sono più indispensabili per scrivere e descrivere. Termini come gavetta e sacrificio pare abbiano perso la caratteristica di temporaneità, per divenire tristi costanti nell’ennesima, struggente, tipica storia italiana.

Sarà che le piazze continuano a riempirsi, e gli animi a svuotarsi, sarà che non si può morire di se stessi, sarà che vorrei dedicare queste quattro parole, a chi di parole non ne potrà più scrivere. Sarà che ogni uomo in meno è un pezzo d’Italia che si sgretola sotto le folate del vento della vergogna.

Se sono qui e faccio fatica a scrivere è perchè penso ad ogni animo, ogni cervello che arranca, ad ogni percorso che non porta da nessuna parte.

© Riproduzione riservata