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Aspettando il futuro

Mentre finiva la vita di Enrico Berlinguer, e con essa un certo modo di intendere e concepire la sinistra e la società, la mia ancora doveva conoscere il primo pianto, seguito dal rifugio di una carezza.

Come se ci avessi voluto lasciare, caro Enrico, oneri ed onori, responsabilità ed incertezze, sentimenti ed idee, certo che sarebbero servite come acqua su fiori deboli, innestati su terreni brulli ed assai scoscesi.

Forse non pensavi che potesse andare così, che certi ideali non sarebbero potuti franare al cambio della guardia, o forse si, penserai, guardandoci con lame pungenti più affilate che mai, che è il politico a dover conservare e proteggere ideali e storie, per poi tramutarle in vite, capaci ora della ragione, ora del sogno.

Non ti ho vissuto ma sarai sempre per me punto di riferimento, punto di contatto con generazioni uniche che, troppo spesso, rinunciano a conoscere necessità e paura della mia.

Sarai soprattutto sempre e per sempre quel ricordo che non passa mai; baricentro solido di un tavolo in cui mio padre e mio nonno parlavano di tutto, e nel tutto si sfidavano meravigliosamente, su sfumature di eguaglianza, tonalità di sinistra che probabilmente oggi si farebbe fatica ad immaginare; ed io crescevo, ed i miei occhi facevano scorta per un futuro che tarda ad arrivare.

Volevo dirtelo proprio oggi, proprio ora che sembriamo aver perso l’orientamento, mentre molti già hanno tarato l’asticella delle proprie aspettative poco sopra il marciapiede.

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Di chi è la colpa.

L’applauso del Parlamento tutto (o quasi) alle bacchettate severe del vecchio saggio della politica italiana sono senz’altro l’immagine migliore che sintetizza il sistema-Italia; simbolo di inguaribile tracotanza, strafottente pochezza nella forma e nei contenuti. Come se ognuno dei protagonisti si sentisse meno responsabile del vicino di scranno.

Mentre c’è chi passa il tempo a chiedersi come sarà formato il nuovo governo, chi ne farà parte, quali artifici saremo costretti a dover accettare, l’ intera platea politica guarda attonita e sbigottita il processo di autodeflagrazione in atto all’interno, ed intorno, al PD. Certo le prospettive ed i sentimenti sono i più variegati; si passa in fretta da volti tirati di uomini che sentono tutto loro (anche se non lo è) il peso di una delle peggiori sconfitte politiche del centrosinistra italiano, a quelli di compagni  di partito, falsamente indignati, preoccuapati di occupare posizioni che, attualmente, non esistono  cercando conferme e legittimazione ai “l’avevamo detto” ,  senza trascurare le maschere da responsabili servitori dello stato indossate da esponenti, importanti o meno, del PDL o della LEGA, sotto le quali è rinato il ghigno dei giorni migliori. Per arrivare agli uomini a 5 stelle, a cui, almeno, occorre dar atto di avercela messa la faccia, in piazza, senza timore, con l’animo preoccupato ma leggero, proprio di chi, pur con più di qualche errore, non senza dubbi, coerentemente ha portato avanti posizioni chiare e trasparenti.

Ma del disastro politico in corso, in pochi o pochissimi, hanno il coraggio di chiederne conto, chi siano i responsabili, di pretendere nomi e cognomi. Non per la piazza, neanche per un ormai inutile, seppur legittima, smania di sbattere finalmenti gli onnivori della democrazia fuori da ogni palazzo che conta; ma perchè non si può prescindere dal sapere chi ha tradito la fiducia di milioni di cittadini, prima che della fazione di appartenenza, per non archiviare l’ennesimo fallimento di un sistema all’italica maniera, come il “semplice” fallimento di un partito.

Tra macerie da scansare, ed interessi particolari da tutelare c’è la gente, quelle per bene, che vota e si illude, che lotta  e spera , e che adesso rivendica un diritto al futuro; è ora il tempo delle scelte, senza le quali non ci sarà più un tempo.

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Impressioni di settembre.

Settembre è come la vita.  Ti impone l’obbligo di ripartire. Di ricominciare. Ha dentro tutto, ed il suo contrario; quella malinconia per un sole che non scotta più come prima, ed il furore, che spesso si trasforma in curiosità per il futuro. Quello che ad Agosto sembra fermo, così perfettamente cristallizzato, a settembre diviene prospettiva, seppur faticosa.

Già ognuno di noi potrebbe, se solo volesse, divertirsi con le date; giocarci a fare la guerra. Come i bimbi che schierano accuratamente cow boy ed indiani, mischiandoli a volte con soldati, di varie provenienze, armati di tutto punto. In barba ad ogni regola. Perchè di regole non ne servono.

Proprio come quando ti svegli un 3 settembre ed hai negli occhi tua madre e tuo padre. Già proprio oggi festeggiano 29 anni di matrimonio. Ho davanti a me il loro legame per cui, scusate in anticipo, non trovo aggettivi.  So solo che è quello che mi ha permesso di arrivare ad essere quello che sono,  come sono, a guardarmi allo specchio un pò appannato di questa vita e riconoscermi, nonostante tutto.  È la loro unione tanto forte quanto unica ad avermi concesso i mezzi per resistere, per credere di farcela in acque sempre meno tranquille.

Lo stesso 3 settembre ti capita di dividere i tuoi pensieri, tra chi ti ha dato la vita, e chi l’ha persa. La mente segue dei percorsi strani, a volte incomprensibili. Accade così che non riesci a levarti dalla testa il sorriso arcigno di Gaetano Scirea, calciatore della juventus e della nazionale morto proprio il 3 settembre del 1989 in un incidente d’auto in Polonia. Qui non c’entra nulla il tifo, nè vuole entrarci il calcio giocato. Quello che mi colpisce ogni volta che mi ritrovo di fronte la figura di Scirea è la sua purezza, la sua onestà. Qualità ormai da riciclare, o magari, da tener da conto, come si fa con una splendida, ma fragile, macchina d’epoca. Un esempio. Tutto qua. Senza se e senza ma. Un esempio che, imperterrito, resiste al tempo, alla memoria, ed a quel tremendo impatto. Un urto contro il mondo.

Sono solo, semplicemente, impagabili emozioni di settembre.

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A voi dis-Onorevoli di Paolo Borsellino

In memoria di Paolo Borsellino, nel giorno in cui ricorre il diciannovesimo anniversario della strage in cui perse la vita insieme ai membri della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Passano gli anni e queste parole sembrano sempre più attuali, più forti, e più inascoltate. Ma mai banali. Non può essere banale il ricordo dell’onestà e del sacrificio di chi ha inteso assolvere il proprio dovere, consapevole di pagare con la propria vita. Mentre il Parlamento dimostra la consueta incapacità nel prendere decisioni che coinvolgono i propri membri, ai finti sordi di oggi, a voi Parlamentari, a voi “Onorevoli”, a voi italiani che vi autoassolvete credendo di non essere lo stesso coinvolti, vogliamo urlare in faccia le parole del santo laico Paolo Borsellino.

Grazie Paolo,

Lettera a Massimo Troisi

Caro Massimo,

ieri un amico mi ha fatto riflettere su come sia incredibile avere nostalgia di musiche, parole, e persone non vissute. Dopo un po’ mi sei venuto in mente tu, perchè a me succede la stessa cosa con te. La prima volta che ti ho visto avevo 10 anni, e non immaginavo che da lì a poco, te ne saresti andato. Quel giorno avevo visto ‘Non ci resta che piangere’ e mi avevi fatto tanto ridere. Poi, quando sei morto, forse per proteggermi io ti ho evitato. Ti ho conosciuto quando ero più grande Massimo, e forse è stato meglio così. Con ‘La Smorfia’, ‘Ricomincio da tre’, ‘Pensavo fosse amore invece era un calesse’ e ‘Il Postino’, ho capito chi eri, da dove venivi e cosa volevi dirmi. Una volta hai detto: «La comicità ti dà la possibilità di dire tante cose senza annunciare “Sotto-ci-sta-questo-discorso”. Se vuoi capire, bene. Se no, ti sei fatto una risata». Ecco, io ho capito che dietro quel tuo sorriso amaro, dietro i tuoi silenzi eloquenti, si nascondevano messaggi molto profondi, e una grande voglia di riscatto sociale per la tua gente. Tu recitavi per come vivevi. Forse è per questo che mi sembra di conoscerti come un amico fedele. L’insicurezza, la fragilità e la tenerezza della tua voce mi sono entrate dentro, e a volte sono le mie. E ne sono felice. Sai Massimo, io ho una teoria: secondo me non è possibile ridere da soli, come si fa?! Bisogna essere almeno in due. Perciò quando mi fai ridere, penso che le mie risate sono anche le tue. Tu non lo sai, ma con le nostre risate mi hai insegnato a sdrammatizzare, ad esorcizzare i problemi. Al di là dei tuoi film, dei tuoi sketch, delle tue battute, quello che resta è un grande incoraggiamento ad andare avanti, a non abbattersi, anche di fronte alla morte. E a vivere un po’ spensierati, che non significa chiudere gli occhi dinanzi alla realtà, ma affrontarla in un modo più dolce. Caro Massimo, ‘o ssaje comme fa ‘o còre, quando ti rivedo io mi commuovo. Ma perchè io ti volevo invitare al bar a scambiare due parole. L’amaro che volevo, era quello del caffè. Però poi non riesco a non ridere, sempre insieme a te si capisce. Allora esco, pago il conto e ordino lo stesso due caffè. Anche stasera pago io.

 

 

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Quanto ci manca Rino Gaetano. Mio fratello è figlio unico (oggi più di ieri).

Trenta anni. Il 2 giugno del 1981 se ne andava il più grande acrobata della canzone italiana; Rino Gaetano. Moriva così come era nata, e cresciuta, la sua carriera; faticosamente, imprevedibilmente, caratterizzata da splendidi alti e vertiginose cadute. Già perchè Rino, figlio di immigrati a Roma, non era destinato a cantare, a narrare la vita ed i sentimenti, le storie e la società, non poteva e non doveva seguire le proprie aspirazioni. Ma quelli erano gli anni delle lotte di classe e delle rivendicazioni sociali, del fermento culturale il cui fulcro è stato per lungo tempo il Folkstudio. È qui, nello storico locale romano, tra le esibizioni di Venditti e De Gregori, che i sogni di Rino Gaetano iniziano ad accarezzare la realtà. Da quel momento le melodie fuori dagli schemi del cantautore calabrese risuonano indelebili negli animi di tanti, in un’ eco che non accenna ad arrestarsi anche dopo la sua morte, dando forza ed alimentando speranze, soprattutto degli ultimi. Perchè Rino, nonostante il successo, arrivato a scombinargli i piani, si sentiva, orgogliosamente uno che era riuscito a sovvertire il pronostico. Manca a questa musica, manca a questo mondo, Rino Gaetano. Manca a me che, quando la sua macchina si schiantava su via Nomentana, non ero ancora nei pensieri dei miei genitori. È questa la forza trascendentale delle sue parole; più di un pezzo di antiquariato, più di un vecchio libro le sue canzoni ritornano sempre più puntualmente ad illuminare una società imprigionata da una spessa coltre di qualunquismo, toccando corde dimenticate di cuori in difficoltà. È incredibile come si possa avere nostalgia di tempi, musiche, parole, attimi non vissuti. Sai Rino, vorrei dirti che il destino beffardo ti ha strappato via da un mondo che sentiva il bisogno della tua persona. O più egoisticamente, che avrei voluto sentirti e vederti. Non solo cantare; parlare, provocare, riflettere, ironizzare. Ma poi mi torna negli occhi il tuo sorriso beffardo, uno di quelli che regalano l’illusione di poter sfuggire alla sorte, ed allora mi accontento di immaginarti, con la chitarra ed il tuo cilindro, prestigiatore della musica,  mentre componi testo e musica di questo grande caos che è diventato l’Italia.

…mio fratello e’ figlio unico sfruttato represso calpestato odiato e ti amo Mariù mio fratello e’ figlio unico deriso frustrato picchiato derubato e ti amo Mariù mio fratello e’ figlio unico dimagrito declassato sottomesso disgregato e ti amo Mariù mio fratello e’ figlio unico…

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Passato, presente e futuro. Tutto in una volta.

Spesso le date fanno brutti scherzi. A volte le coincidenze appaiono inquietanti ed il destino percorre vie che non sai. Il 9 maggio del 1978, Peppino Impastato, emblema dell’ antimafia veniva fatto saltare in aria.  Nello stesso giorno dello stesso anno veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Nel bagagliaio di un’ anonima Renault 4 finiva il travaglio di uno dei più grandi statisti che il nostro paese abbia conosciuto. A via Caetani, crocevia ideale tra piazza del Gesù, dove aveva sede la DC, e via delle Botteghe Oscure, dove c’ era quella del PC, è stato amputato irreparabilmente l’ auspicio di un’ Italia migliore. Fatta di uomini migliori. Come lo era Aldo Moro. Come lo era Impastato. Quanto avremmo avuto bisogno di persone capaci ed oneste. Quanto, la nostra povera Italia, rimpiange figure per cui integrità, lealtà, senso dello Stato non sono semplici vezzi, imposti, così pare, dal popolo bacchettone.

Oggi 9 maggio, un’ altra ricorrenza, è la giornata dedicata alle vittime del terrorismo (quest’ anno è stato deciso di ricordare i giudici ), sembra cadere come una mannaia sul corso degli eventi della nostra società. Un giorno destinato al ricordo di eroi  che hanno combattuto e battuto la violenza dell’ ignoranza con la forza della legge, acquista significato ulteriore quando S.B. sale le scale del Palazzo di Giustizia di Milano, in occasione del processo Mills. Come in una specie di contrappasso dantesco, il cavaliere, è chiamato a giudizio da quei magistrati “brigatisti”, proprio il giorno in cui si commemorano alcuni uomini straordinari (appartenenti alla stessa categoria), mentre sulla facciata del tribunale campeggiano le gigantografie di 3 servitori dello stato morti, per mano terrorista, tra il ’79 e l’ ’80 ( l’ avv. Ambrosoli ed i giudici Gallo ed Alessandrini). Come vessillo dell’inattaccabilità della giustizia. A ricordargli quando gli eversivi erano quelli che ammazzavano brutalmente i rappresentanti dello stato. Perchè li temevano.

Ed ora spetta a tutti noi difendere questi preziosi principi, a tutti quelli che desiderano un luogo migliore dove lavorare, esprimersi, vivere. Quelli che credono nell’ opera delle istituzioni, così come ne rispettano l’ autorità, senza però rinunciare ad esercitare quel diritto di critica costruttiva, mancando il quale, lo stato di salute della nostra Democrazia, passerebbe da “dormiveglia- incoscienza” a “coma irreversibile”.

Occorre rilanciare l’ idea di una Rivoluzione Culturale, per svegliare dal torpore troppe menti e troppe coscienze ipnotizzate, anestetizzate da un sistema che ci “vuole” così. Perchè più controllabili, più malleabili ed accomodanti. Sempre pronti a turarci il naso, a far finta di nulla; “perchè, tanto, lo fanno tutti”. Questo è  un invito a battersi con anima, cuore e cervello contro il parassitismo, il nichilismo, il cerchiobottismo, per abbattere il muro di calunnie fatto di generalizzazioni secondo cui sono, siamo, siete tutti uguali. Non è così. Il mio è un urlo di rabbiosa speranza, per le vite immobili su loro stesse,  per chi non ce la fa ad immaginarsi domani, per chi, nonostante tutto continua, imperterrito, a crederci. Un grido sul volto di quella categoria umana, grottesco ibrido tra politico e gattopardo. Personaggi strani. Loschi individui che, mentre promuvono il cambiamento, stanno già pensando alla poltrona da occupare. È una richiesta di coesione, per andare oltre ai personalismi, per provare a regalarci un paese che meriti di esser vissuto.

È proprio per questo che pubblichiamo una delle ultime lettere, scritte da Aldo Moro nel covo di via Montalcini. Per non dimenticare. Per ribadirci che tutto è possibile. Per capire la rilevanza dell’ eredità che ci ha lasciato. Perchè sta a noi far in modo che ogni sacrificio non sia stato vano.

A Eleonora Moro

Recapitata il 5 maggio

Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.

“Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.
Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo”

La lettera è priva di firma

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