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Aspettando il futuro

Mentre finiva la vita di Enrico Berlinguer, e con essa un certo modo di intendere e concepire la sinistra e la società, la mia ancora doveva conoscere il primo pianto, seguito dal rifugio di una carezza.

Come se ci avessi voluto lasciare, caro Enrico, oneri ed onori, responsabilità ed incertezze, sentimenti ed idee, certo che sarebbero servite come acqua su fiori deboli, innestati su terreni brulli ed assai scoscesi.

Forse non pensavi che potesse andare così, che certi ideali non sarebbero potuti franare al cambio della guardia, o forse si, penserai, guardandoci con lame pungenti più affilate che mai, che è il politico a dover conservare e proteggere ideali e storie, per poi tramutarle in vite, capaci ora della ragione, ora del sogno.

Non ti ho vissuto ma sarai sempre per me punto di riferimento, punto di contatto con generazioni uniche che, troppo spesso, rinunciano a conoscere necessità e paura della mia.

Sarai soprattutto sempre e per sempre quel ricordo che non passa mai; baricentro solido di un tavolo in cui mio padre e mio nonno parlavano di tutto, e nel tutto si sfidavano meravigliosamente, su sfumature di eguaglianza, tonalità di sinistra che probabilmente oggi si farebbe fatica ad immaginare; ed io crescevo, ed i miei occhi facevano scorta per un futuro che tarda ad arrivare.

Volevo dirtelo proprio oggi, proprio ora che sembriamo aver perso l’orientamento, mentre molti già hanno tarato l’asticella delle proprie aspettative poco sopra il marciapiede.

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Tra Brecht e Trilussa.

Mi attacco a quello che più di prezioso ha partorito l’uomo, certe parole di alcune vite straordinarie. Provo a tenere a mezz’aria pensieri ed opinioni, sospese, in bilico tra la vita e la morte.

Mi aggrappo all’umanità,  con la forza con cui non mollo le mie idee.  Nonostante ogni tonalità della paura, nonostante chi mi vuole incatenato a certe paure; malgrado chi vorrebbe veder diventare il proprio vicino, la bestia che condanna.

Mi faccio compagnia, dondolandomi tra Brecht e Trilussa, non c’è davvero spazio per l’odio stasera.

 

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

B. Brecht

 

La ninna nanna della Guerra

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vo’ la zinna,
dormi dormi, cocco bello,
se no chiamo Farfarello,
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Cecco Peppe
che s’aregge co’ le zeppe…

…co’ le zeppe de un impero
mezzo giallo e mezzo nero;
ninna nanna, pija sonno
che se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedono ner monno,
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che comanda,
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio de una fede
per un Dio che nun se vede…

…ma che serve da riparo
ar sovrano macellaro:
che quer covo d’assassini
che c’insanguina la tera
sa benone che la guera
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura ‘sto macello,
fa la ninna, che domani
rivedremo li sovrani
che se scambiano la stima,
boni amichi come prima;
so’ cuggini, e fra parenti
nun se fanno complimenti!

Torneranno più cordiali
li rapporti personali
e, riuniti infra de loro,
senza l’ombra de un rimorso
ce faranno un ber discorso
sulla pace e sur lavoro
per quer popolo cojone
risparmiato dar cannone.

Trilussa

 

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il mondo fuori la porta…

Certe notizie ti arrivano sul volto, come uno schiaffo. Violento, inaspettato, ingiustificato; niente a che vedere con quei ceffoni che sapevan d’amore, che erano sempre accompagnati da un motivo, e da una prospettiva.

Certe storie ti tagliano in due, come fa il vento gelido in quelle mattine d’inverno in cui rimani attonito, come fossi impotente, rispetto ad un mondo che sembra sgretolarsi sotto i tuoi passi. Certi momenti ti cambiano; sta a noi decidere se lasciarci andare, chiudendoci, tirando giù la serranda di un cuore affranto o magari, cogliere segnali, trasformando il dolore in opportunità. 

Fuori da quella porta, guardandoti negli occhi, vedo la vita passata ed immagino quella che verrà; un tuo gesto è in grado di scompaginare magnificamente ciascuno dei miei pensieri; e capita spesso di cercare il tuo sorriso disinteressato carico d’affetto puro, in grado di allegerire anche i momenti meno sostenibili; 

Grazie per ciò che hai fatto, e per quello che fai dal letto di un ospedale. Grazie per avermi preparato con tanta attenzione agli urti della vita, dell’innocenza, ai limiti dell’inconsapevolezza, con cui afferro pentole e padelle dell’esistenza, per rimanerne puntualmente scottato. Grazie per avermi regalato l’eco infinito di un amore senza ombre.

Provo a non bruciare nessuna tappa,  lasciando fare al tempo, come tu hai lasciato fare me. C’è ancora tanta strada da calpestare ed un mondo da costruire, fuori da questa porta.

Non dubitare sarò qui

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Di chi è la colpa.

L’applauso del Parlamento tutto (o quasi) alle bacchettate severe del vecchio saggio della politica italiana sono senz’altro l’immagine migliore che sintetizza il sistema-Italia; simbolo di inguaribile tracotanza, strafottente pochezza nella forma e nei contenuti. Come se ognuno dei protagonisti si sentisse meno responsabile del vicino di scranno.

Mentre c’è chi passa il tempo a chiedersi come sarà formato il nuovo governo, chi ne farà parte, quali artifici saremo costretti a dover accettare, l’ intera platea politica guarda attonita e sbigottita il processo di autodeflagrazione in atto all’interno, ed intorno, al PD. Certo le prospettive ed i sentimenti sono i più variegati; si passa in fretta da volti tirati di uomini che sentono tutto loro (anche se non lo è) il peso di una delle peggiori sconfitte politiche del centrosinistra italiano, a quelli di compagni  di partito, falsamente indignati, preoccuapati di occupare posizioni che, attualmente, non esistono  cercando conferme e legittimazione ai “l’avevamo detto” ,  senza trascurare le maschere da responsabili servitori dello stato indossate da esponenti, importanti o meno, del PDL o della LEGA, sotto le quali è rinato il ghigno dei giorni migliori. Per arrivare agli uomini a 5 stelle, a cui, almeno, occorre dar atto di avercela messa la faccia, in piazza, senza timore, con l’animo preoccupato ma leggero, proprio di chi, pur con più di qualche errore, non senza dubbi, coerentemente ha portato avanti posizioni chiare e trasparenti.

Ma del disastro politico in corso, in pochi o pochissimi, hanno il coraggio di chiederne conto, chi siano i responsabili, di pretendere nomi e cognomi. Non per la piazza, neanche per un ormai inutile, seppur legittima, smania di sbattere finalmenti gli onnivori della democrazia fuori da ogni palazzo che conta; ma perchè non si può prescindere dal sapere chi ha tradito la fiducia di milioni di cittadini, prima che della fazione di appartenenza, per non archiviare l’ennesimo fallimento di un sistema all’italica maniera, come il “semplice” fallimento di un partito.

Tra macerie da scansare, ed interessi particolari da tutelare c’è la gente, quelle per bene, che vota e si illude, che lotta  e spera , e che adesso rivendica un diritto al futuro; è ora il tempo delle scelte, senza le quali non ci sarà più un tempo.

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Buffoneggiando

C’è chi di calcio (s)parla, chi scrive, c’è chi di calcio vive, c’è chi, grazie al calcio, sopravvive. Il calcio è tutto e contrario di tutto, posto che regala notorietà a gente miserrima, e dimentica uomini che hanno dato, più di quanto hanno preso. Il calcio è anche quela teatro di quart’ordine in cui attori dall’immenso talento, diventano protagonisti di terribili cadute di stile (e non solo). Lo stupore già da tempo ha lasciato il posto ad un’insana disillusione, neutralizzando sentimenti ed emozioni, rendendoci impassibili davanti ad una realtà, a cui si fa fatica a credere, in nome di una fede laica, sempre più labile. In un frangente tanto delicato della storia sociale del nostro paese, resto come spettatore attonito davanti all’ennesima uscita a vuoto di Gianluigi Buffon; perchè a volte è più grave la modalità con cui si compiono certi gesti, con cui certe azioni vengono sbattute in faccia a chi ti ha perdonato più volte, che il gesto in se.

Intendiamoci; non che m’aspettassi nulla da quello che si erge, o vorrebbe, a paladino di una categoria (i calciatori) non più difendibile, che con fare ardimentoso cerca di convincere, un pò tutti, dell’onestà di quello, o dell’indecenza di quell’altro, alzando i toni della discussione, stile singolar tenzone. Come potersi attendendere qualcosa, da chi usa a proprio comodo l’ultima stilla di passione dell’ultimo tifoso, per una strenua, ridicola, difesa corporativa. Non che pensassi di ricredermi sull’uomo Buffon . Un attimo di rispettoso silenzio, questo è ciò che avrei auspicato, che avrei voluto.

E’ faticoso, diciamo pure massacrante, prendere atto della totale, e completa, scollatura tra la base, sostenitrice e pagante, ed i protagonisti di un empireo dorato, alimentato dal tifo disinteressato di milioni di persone. E come sempre il calcio è specchio fedele, metafora quanto mai attenbibile dei tempi, di vizi e di (pochissime) virtù che contraddistinguono un’epoca. E’ addirittura deprimente comprendere come e quanto si sia andati oltre; perchè sembra che il secchio della merda che ci hanno propinato fino ad oggi non sia ancora pieno e che, anzi sia lontano dall’esserlo. Così impunemente qualcun’altro si riempirà la bocca di valori e sentimenti di uno sport puro, che nulla hanno a che fare con gli interessi di pochi, li masticherà quanto basta, giusto il tempo di un’altra stagione, per poi sputarli all’angolo del rettangolo verde. Trovando il tempo di pretendere delle scuse. Per aver commesso il fatto.

A quelli che parlano banalmente di banalità, a chi detesta i luoghi comuni, ma ci sguazza dentro, a chi ritiene di liquidare tutto questo, arichiviandola come semplice questione faziosa, partigiana, dico che, spesso, l’ovvio è la più dura delle realtà.

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Tecnicamente…dubbioso.

Quegli attimi, tanto veloci quanto intensi, immediatamente successivi alle dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio, sembrano ormai distanti, a tal punto da smarrirsi nella memoria della storia contemporanea italiana. Come se tra quell’istante e la presentazione della nuova lista dei ministri, ci fossero un paio  di vite. Sarà per il caos ed il frastuono che la nostra classe poltica ha saputo aggiungere, come sovrapprezzo, ad una situazione socio-economica assai critica; sarà la sbalorditiva differenza tra persone e personalità, tra comportamenti ed attegiamenti; sarà che sembra finito il tempo a disposizione di un paese patologicamente in ritardo.

Sarà che la gente, tutta, non riesce più a guardare più in là del quotidiano, con gli animi più vuoti delle tasche. Sarà che le coscienze di milioni di italiani attendono risposte. Sarà per questo che nessuno (o pochi)  ha espresso dubbi o perplessità sul nenonato Governo, o magari sul percorso che ha portato alla sua formazione.  Già, avranno contribuito fretta e paura, solo in parte imposte da Europa e mercati finanziari, e sicuramente questo è il momento in cui polemiche e sterili contrapposizioni devono obbligatoriamente cedere il passo a coesione e cooperazione.

Ma l’Italia è il paese del bianco e nero, posto in cui le sfumature non sono certo di casa. Così accade che coloro che, poco prima, si azzuffavano anche sul più stupido emendamento parlamentare, ora, grazie a SuperMario, danno sfoggio di una ritrovata unità d’intenti, improvvisamente rinsaviti, riscoprendosi uno ad uno la reincarnazione del morigerato De Gasperi. Non solo; alla pressochè totale mancanza di contraddittorio all’interno della classe politica italiana va ad aggiungersi una sconfinata, quanto sospettosa, concessione di credito da parte di (quasi tutti) mass media ed organi di informazione. Ma come?! Il diritto di critica dove è andato a finire? Coloro che dovrebbero controllare i controllori dove sono?

Ed io chiedo umilmente perdono. Lo faccio in anticipo. Cosa? Perdono. Si Perchè ne ho piena la testa (e qualcos’altro) degli “aut aut” di prudenti e finti rivoluzionari. Quelle frasi che sintetizzano splendidamente l’Italia ed il suo grandioso popolo come :”…è da irresponsabili sostenere certe tesi in un momento del genere…” o ancora :” ..il prestigio e l’autorità del Prof. Mario Monti non possono essere infangate..” e così via in un crescendo rossiniano di invenzioni ed idiozie. Cosa c’entrano le mie scuse premesse? Le voglio porgere a tutti, ai tanti, a quelli che ritengono offensivo informare ed informarsi, domandare ed interrogarsi sull’infinito curriculum istituzionale del nostro Primo Ministro, uomo dei poteri forti, delle istituzioni sovrannazionali nonchè totem della finanza mondiale, sul rapporto che intercorre tra la “vocazione” europeista ed atlantica di SuperMario e la sua nomina a Capo di un governo d’emergenza (mentre il  collega Papademos diveniva il suo alterego in Grecia), sulla via crucis che ha portato il nostro paese ad una situazione in bilico tra parodia e dramma, su come il progetto della radicale eliminazione della sovranità nazionale si stia concretizzando; un progetto nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale e sviluppatosi lungo tutto il corso del secolo scorso tramite gruppi di potere più o meno trasparenti (Bilderberg Group e Commissione trilaterale) . Quelle stesse organizzazioni che hanno visto in Mario Monti un serio, freddo ed equilibrato interlocutore.

Come se il destino, a medio-lungo termine di un’Italia vilipesa e maltrattata, dipendesse più da qualche punto interrogativo, peraltro legittimo, che dall’azione di un governo che ogni cittadino italiano attende con spasmodica anzia. Come se la richiesta di chiarezza potesse essere confusa con il fallimento di gran parte della classe politica italiana.

Ed allora ben venga questo governo tecnico, perchè alternativa non c’era, non c’è. Non sto qui a gridare al complotto internazionale o al golpe finanziario, questo si, sarebbe poco serio. Sono qui a chiedermi ed a chiedervi se sia legittimo o meno essere critici, senza la bandiera stretta in un pugno, senza colore partigiano. Forse è anche da qui che occorre ripartire. Dopo le riforme e gli interventi, a cui è giusto pensino i tecnici del nuovo Governo, occorre lavorare sulla nostra consapevolezza. Probabilmente non servirà a tornare indietro dalla spirale del capitalismo esasperato che ha risucchiato tanti Stati occidentali, ma a comprendere le dinamiche politico-economiche che ci hanno spinto fin qui, per tentare di apprendere da errori ed orrori così da poter rinascere. Come abbiamo fatto decine di volte.

In attesa della prossima resurrezione resto tecnicamente in attesa.

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Verso i referenda: Nuclear Impossible.

Dopo il legittimo impedimento e i quesiti sull’acqua bene comune, è la volta del nucleare. Cerchiamo di capire le ragioni per andare a votare ‘Sì’ anche a quet’ultimo quesito.

Come molti sapranno, in un primo momento il Governo aveva modificato la legge, e quindi il testo referendario, proponendo una moratoria che aveva lo scopo di rinviare il tema di un paio d’anni. Il tempo necessario per metabolizzare Fukushima e renderne più lontano il ricordo. Tuttavia, il tentativo maldestro di affossare il referendum si è rivelato inutile. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto opportuno procedere comunque alla consultazione, aggiornando il testo del quesito, poichè l’intervento del Governo non modificava lo spirito iniziale della legge. Chi ci ha rimesso sono sicuramente gli elettori italiani all’estero, che avevano già votato e per motivi tecnici non avranno il tempo di ricevere le nuove schede.

Sul tema del nucleare si è detto veramente di tutto e il suo contrario, spesso con il risultato di generare confusione e disinformazione. A partire da numeri e percentuali sulla quantità di energia ricavabile dall’atomo, fino alle dichiarazioni di qualche tempo fa dell’oncologo Umberto Veronesi (“Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero”). Anche Margherita Hack ha preso le difese del nucleare, lamentando un’eccessiva irrazionalità sul tema. Non pretendendo di essere esaustivi, proviamo allora ad affrontare razionalmente alcune questioni del nucleare. Per farlo bisogna innanzitutto tener presente e distinti due fondamentali aspetti: l’aspetto energetico, e quello ambientale.

Dal punto di vista energetico, il problema si riduce alla valutazione della convenienza economica rispetto ad altre fonti di energia. Sebbene le stime siano contrastanti, è bene conoscere quali siano le variabili che rendono così aleatorio tale calcolo.

  • Costo del combustibile: le difficoltà nella stima della disponibilità di riserve di uranio crea incertezza, con ripercussioni sul costo della materia prima (l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica prevede un calo dell’uranio tra il 2025 e il 2035)
  • Costi di esercizio e manutenzione
  • Costi di decomissioning: i costi di smantellamento sono circa il 10%-30% del capitale iniziale
  • Costi assicurativi e legali
  • Costo/opportunità legato al tempo necessario per la costruzione

Quest’ultimo punto appare fondamentale: è conveniente impiegare 20 anni o più per costruire centrali nucleari che entreranno in funzione nel momento in cui l’uranio inizia a scarseggiare? Inoltre, per essere conveniente in termini energetici il nucleare deve assumere una certa dimensione, ovvero si necessita di un certo numero di centrali nucleari: è realistico ipotizzare la costruzione di almeno 15-16 centrali, localizzate in ogni macro regione elettrica? Uno studio molto interessante fornisce tutte queste risposte.

Se anche fosse conveniente dal punto di vista energetico, l’aspetto ambientale dovrebbe bocciare ogni proposito nucleare. Da questo punto di vista infatti, l’impatto sulla salute delle persone e sull’integrità degli ecosistemi può essere devastante, come già avvenuto in passato. I problemi non sorgono solo in caso di grandi disastri nucleari (Chernobil, Fukushima), ma anche nell’organizzare una gestione sicura delle scorie e dei relativi siti di stoccaggio, nella localizzazione delle centrali in zone a basso rischio sismico (pressochè inesistenti in Italia), e nell’assicurare l’acqua necessaria per il funzionamento.

Più in generale, ci si dovrebbe chiedere: è giusto prendere delle decisioni che potrebbero incidere sul futuro delle generazioni a venire per migliaia di anni? E’ etico farlo? Non sono possibili altre soluzioni?

Quello di cui avremmo bisogno è un piano energetico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Pensare al nucleare come una possibile soluzione di questo piano appare oggi una scelta miope, forse dettata da interessi di pochi. Soprattutto se si sostiene la convenienza del nucleare dicendo “se lo fa il vicino perchè dovremmo rinunciarci?”. Forse noi e il vicino di casa dovremmo pensare insieme ad una soluzione alternativa. Anzi, alcuni dei nostri vicini hanno già iniziato a farlo bloccando le proprie centrali.

Ci dispiace per Margherita Hack, ma per tutte queste ragioni noi voteremo ‘Sì’ per dire no ad una sfida persa in partenza, antieconomica e pericolosa. Il 12 e 13 giugno invitiamo Voi lettori ad andare a votare ‘Sì’, per dire no ad un Nuclear Impossible.

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