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L’equità che ci hanno raccontato

Dalle lacrime del Ministro Fornero, eminente esperta di sistemi previdenziali, il cittadino comune, immagina, o si sforza di credere, che alternativa non ci fosse. Senza speculare sulle emozioni, che per fortuna anche i tecnici hanno ed esternano, c’è da chiederselo veramente, tentando di tener fuori dalla discussione interessi di parte, singoli casi e personalismi. Va bene le “lacrime”, giusti i sacrifici, ma davvero non c’era un’altra strada per rendere questi sforzi più giusti, proporzionali e proporzionati alle vite, ai lussi, ai sacrifici di ognuno di noi?

Ad una prima, veloce, letta della bozza di manovra, tra i tanti dubbi, una certezza, netta, riusciamo a ricavarla. No, non parlo dell’equità, almeno di quella che ci si attendeva, ma dei soggetti e degli oggetti coinvolti. Già, chi paga cosa. Quasi, come una ineluttabile profezia, degna dell’oracolo di Delfi, come truculenta costante, i sacrifici, quelli degni di essere chiamati tali, saranno chiesti (così pare) a chi lavora, o ha avuto la “fortuna” di farlo arrivando con fatica alla pensione, a chi dichiara e non elude, insomma a quella che, con un’accentuata vena di pressappochismo, viene definita, ancora, classe media. Quei rimasugli del ceto medio che hanno saputo resistere in un’Italia che stentano a riconoscere, quella parte della popolazione che si va, via via, estinguendo, ma che nonostante tutto è capace di sopportare (ma ancora per quanto?) ed aiutare i figli, o magari i figli dei figli.

Qui non si tratta di invocare sanzioni draconiane, o adottare fantasiose, e poco ortodosse,  leggi del contrappasso. Certamente non si vuole demonizzare la ricchezza in quanto tale. Tutto ciò sarebbe degno di popoli e nazioni distanti, nel tempo e nello spazio, dalla nostra storia, da quella cultura millenaria che è arrivata pressochè inalterata a noi. È proprio (in)seguendo l’altissimo concetto di democrazia, che poi fa rima con quello, largamente sbandierato, di equità, che mi sembrano inappropriati, se non parrossistici la gran parte degli interventi contenuti in questa ennesima manovra. Misure inique che, di riffa o di raffa, accentuano una spaccatura sociale, ed economica, tra quel 10% della popolazione che detiene oltre il 50% della ricchezza netta italiana, ed i cittadini comuni.

Sperequazione che si palesa nettamente nella stragrande maggioranza di questa manovra; dalla deindicizzazione delle pensioni (per quelle superiori ai 936 euro lordi!!) che colpirà il 76,5 % dei pensionati, e speriamo sia rivista (pare fino a 1400 euro per un solo anno), alla scure dell’ IMU (la nuova imposta che andrà a sostituire la vecchia Ici), che si abbatterà sulle teste di tutti i cittadini senza discriminante alcuna. La nuova imposta peserà molto di più sui patrimoni (immobili) di (quasi) tutti gli italiani rispetto alla precedente, data la rivalutazione del valore catastale (+ 60%).
Per non farsi mancare proprio nulla, ecco l’ennesimo rincaro, immediato, su carburanti (8,2 cent sulla benzina, 13 per il diesel) ed imposte indirette;vedi l’IVA che aumenterà di 2 punti percentuali, senza nessuna differenziazione tra beni e servizi su cui gravava l’imposta del 10% e quelli per cui si era arrivati (ultimamente) al 21%. Per abituarsi all’idea ci sarà tempo; l’aumento dell’IVA avverrà solo a partire dall’ottobre del 2012 (cui farà seguito un ulteriore innalzamento di 0,5% dal 1 gennaio 2014); tempo per comprare il panettone, affannarsi nella rincorsa all’ultimo dono, cucirsi addosso il sorriso delle migliori occasioni, far finta che tutto vada bene, o almeno meglio di come qualche malpensante tragicomico aveva preconizzato; così da addormentarsi tra i migliori propositi per l’anno che verrà in nome di nostro signore “ottimismo”, per risvegliarsi in un paese che non c’è (più).
E sull’altro piatto della bilancia, quella dell’eguaglianza, della solidarietà, cosa c’è? In che modo sono chiamati a contribuire i veri privilegiati? A parte l’ulteriore tassazione dell’1,5% (!!) dei capitali già scudati (misura sulla quale grava più di una perplessità in merito alla concreta attuazione), nel testo proposto dal Prof. Monti possiamo scorgere il cosiddetto “superbollo”, che graverà, a partire dal 2012, sui proprietari di veicoli superiori ai 185 chilowatt, con una maggiorazione di 20 euro ogni chilowatt eccedente il predetto limite.  Si colpiscono auto, considerate di lusso, e barche, attraverso una specifica tassa, detta di stazionamento che varierà in base alla grandezza dell’imbarcazione (da 5 euro al giorno per gli scafi più piccoli fino a 703 per quelli superiori ai 64 metri), e non i proprietari, gli uomini, i loro patrimoni. Così pagherà sempre e comunque quella parte di popolazione abbiente, ma onesta, che non nasconde, se stesso, ed i suoi averi, dietro gli archetipi dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Buoni propopositi arrivano dal taglio delle buonuscite per i supermanager, dallo stop alle cariche incrociate; ma, francamente, ci sembra poco, troppo. Non basta chiamarli “Nuovi noti”, non è sufficiente il contributo del 15% (percentuale rivista, la precedente era 25%) sulle pensioni superiori ai 200000 euro,  a regalarci la certezza che tutti diano, quello che possono. No perchè la sensazione è che si vada a colpire non chi è ricco, ma chi non è povero, insomma coloro che quel frammento di serenità se lo sono sudato, in modo da ridurre un numero sempre maggiore di cittadini ai limiti dell’indigenza, evidenziando quel divario a cui ho fatto riferimento precedentemente.

A forza di tagli e sacrifici, lo sviluppo e la crescita sembrano rinviati per l’ennesima volta. C’è chi parla di un avvitamento dell’economia italiana su stessa, io preferirei definire questa condizione come spirale, inflazionistica ma non solo, che, se non affrontata con cure più adeguate, rischia di fagocitare ricchezze e certezze degli italiani, trascinandosi dietro prospettive ed attese faticosamente sopravvissute.

Così tra un emendamento e l’altro, tra una conferenza stampa ed una cena a Bruxelles, mentre lo schifo di quatrro (non tutti) politicanti (non politici) si batte eroicamente nella difesa di certi privilegi, c’è un’Italia che piange silenziosamente, in case (per chi ce l’ha) umili che significano una vita di sogni e di rinunce, ma che, ostinatamente, non molla la propria dignità. Ci sono sguardi delusi, grida d’aiuto cha cadono nel nulla e spalle piegate da promesse pesanti puntualmente disattese. E c’è un passato troppo ingombrante che non riesce a lasciar spazio al futuro.
Sotto la grande bandiera dell’uguaglianza siamo un popolo di soli in mezzo a tanti.
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Verso i referenda: Nuclear Impossible.

Dopo il legittimo impedimento e i quesiti sull’acqua bene comune, è la volta del nucleare. Cerchiamo di capire le ragioni per andare a votare ‘Sì’ anche a quet’ultimo quesito.

Come molti sapranno, in un primo momento il Governo aveva modificato la legge, e quindi il testo referendario, proponendo una moratoria che aveva lo scopo di rinviare il tema di un paio d’anni. Il tempo necessario per metabolizzare Fukushima e renderne più lontano il ricordo. Tuttavia, il tentativo maldestro di affossare il referendum si è rivelato inutile. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto opportuno procedere comunque alla consultazione, aggiornando il testo del quesito, poichè l’intervento del Governo non modificava lo spirito iniziale della legge. Chi ci ha rimesso sono sicuramente gli elettori italiani all’estero, che avevano già votato e per motivi tecnici non avranno il tempo di ricevere le nuove schede.

Sul tema del nucleare si è detto veramente di tutto e il suo contrario, spesso con il risultato di generare confusione e disinformazione. A partire da numeri e percentuali sulla quantità di energia ricavabile dall’atomo, fino alle dichiarazioni di qualche tempo fa dell’oncologo Umberto Veronesi (“Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero”). Anche Margherita Hack ha preso le difese del nucleare, lamentando un’eccessiva irrazionalità sul tema. Non pretendendo di essere esaustivi, proviamo allora ad affrontare razionalmente alcune questioni del nucleare. Per farlo bisogna innanzitutto tener presente e distinti due fondamentali aspetti: l’aspetto energetico, e quello ambientale.

Dal punto di vista energetico, il problema si riduce alla valutazione della convenienza economica rispetto ad altre fonti di energia. Sebbene le stime siano contrastanti, è bene conoscere quali siano le variabili che rendono così aleatorio tale calcolo.

  • Costo del combustibile: le difficoltà nella stima della disponibilità di riserve di uranio crea incertezza, con ripercussioni sul costo della materia prima (l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica prevede un calo dell’uranio tra il 2025 e il 2035)
  • Costi di esercizio e manutenzione
  • Costi di decomissioning: i costi di smantellamento sono circa il 10%-30% del capitale iniziale
  • Costi assicurativi e legali
  • Costo/opportunità legato al tempo necessario per la costruzione

Quest’ultimo punto appare fondamentale: è conveniente impiegare 20 anni o più per costruire centrali nucleari che entreranno in funzione nel momento in cui l’uranio inizia a scarseggiare? Inoltre, per essere conveniente in termini energetici il nucleare deve assumere una certa dimensione, ovvero si necessita di un certo numero di centrali nucleari: è realistico ipotizzare la costruzione di almeno 15-16 centrali, localizzate in ogni macro regione elettrica? Uno studio molto interessante fornisce tutte queste risposte.

Se anche fosse conveniente dal punto di vista energetico, l’aspetto ambientale dovrebbe bocciare ogni proposito nucleare. Da questo punto di vista infatti, l’impatto sulla salute delle persone e sull’integrità degli ecosistemi può essere devastante, come già avvenuto in passato. I problemi non sorgono solo in caso di grandi disastri nucleari (Chernobil, Fukushima), ma anche nell’organizzare una gestione sicura delle scorie e dei relativi siti di stoccaggio, nella localizzazione delle centrali in zone a basso rischio sismico (pressochè inesistenti in Italia), e nell’assicurare l’acqua necessaria per il funzionamento.

Più in generale, ci si dovrebbe chiedere: è giusto prendere delle decisioni che potrebbero incidere sul futuro delle generazioni a venire per migliaia di anni? E’ etico farlo? Non sono possibili altre soluzioni?

Quello di cui avremmo bisogno è un piano energetico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Pensare al nucleare come una possibile soluzione di questo piano appare oggi una scelta miope, forse dettata da interessi di pochi. Soprattutto se si sostiene la convenienza del nucleare dicendo “se lo fa il vicino perchè dovremmo rinunciarci?”. Forse noi e il vicino di casa dovremmo pensare insieme ad una soluzione alternativa. Anzi, alcuni dei nostri vicini hanno già iniziato a farlo bloccando le proprie centrali.

Ci dispiace per Margherita Hack, ma per tutte queste ragioni noi voteremo ‘Sì’ per dire no ad una sfida persa in partenza, antieconomica e pericolosa. Il 12 e 13 giugno invitiamo Voi lettori ad andare a votare ‘Sì’, per dire no ad un Nuclear Impossible.

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Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti. 1

Ecco la prima parte della puntata di Report “Generazione a perdere”.

Mi rivolgo a voi; padri e madri,nonni e nonne, insegnanti, educatori, giornalisti e ad ogni soggetto che concorre, o dovrebbe farlo, all’educazione, la formazione e alla crescita dei giovani. Non riuscite proprio a sentirvi a disagio? Riempite orecchie e cervello dei ragazzi con i sacrifici che avete dovuto sostenere, ribadendo che “nessuno regala niente”, come se chi vi sta, pazientemente, a sentire, vorrebbe qualcosa in omaggio, per grazia ricevuta. Siete in pochi, dato che a me non piace generalizzare, ad ammettere che vi è stato consegnato un mondo che prometteva speranze, in cui il futuro non spaventava ma incuriosiva, dove il sogno era una parte della soluzione del problema; e quando è toccato a voi passare il testimone? Voi avete donato le macerie di un’ economia, briciole di lavoro, frammenti di prospettive, insomma una speranza trasparente, quasi spettrale. Il tutto condito da tante frasi di circostanza, molti luoghi comuni e poche mani tese. Non basta, non è bastato, aver svolto il proprio compito nel migliore dei modi. Non è stato sufficiente essere buoni genitori, neanche educatori. Arriva un punto in cui si vuole smettere di essere solo figli per andare nel mondo e percorrere la propria strada, ma molti non possono permetterselo; così ad una frustrazione con cui ormai si convive quotidianamente si aggiungono terribili sensi di colpa: non serve pagare l’affitto da fuori sede a tuo figlio, se dopo c’è il nulla.

Per non parlare poi di quei politici, amministratori, dirigenti, imprenditori, quella classe di persone a cui è affidata la conduzione di un paese che si continua a vantare  di aver rubato meno, di aver proposto quel decreto, o aver abolito quel privilegio, prendendo come termine di paragone il peggio del peggio. Ma tutto questo non si potrebbe definire come “minimo sindacale”, base, imprescindibile, da cui partire per partecipare attivamente alla vita sociale, politica ed economica di una democrazia? Ed il resto dov’è? Guardate, soprattutto voi, per tentare di comprendere il dramma di un’intera generazione. E magari trovare insieme una via d’uscita. Perchè questo non è  un semplice scontro tra generazioni.

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La Francia lancia un’OPA sull’Italia

“Abbiamo un progetto ambizioso fare di Parmalat il gruppo italiano di riferimento a livello mondiale nel settore del latte confezionato con sede, organizzazione e testa in Italia” . Queste le parole, del direttore generale di Lactalis, Emmanuel Besnier, che preannunciano la decisione del gruppo francese di lanciare un’ Opa per l’ acquisto della totalità delle azioni di Parmalat. Il prezzo: 2,60 euro ad azione. Nel mentre il titolo Parmalat, sospeso in borsa, viene riammesso, ottenendo un + 11,59 %, arrivando a 2,58 euro.   “L’ intenzione” si legge nel comunicato francese “è quella di far confluire in Parmalat le attività europee del gruppo” oltrechè “la valorizzazione del brand in ambito internazionale”  aprendo nuovi mercati come Brasile, Cina ed India. Si ribadisce inoltre la ferma intenzione di mantenere il titolo quotato alla borsa di Milano. Arrivati a questo punto è lecito chiedersi cosa sia cambiato. Perchè l’ iniziativa, apparsa concreta, che mirava alla protezione dell’ azienda di Collecchio, allontanando qualsiasi possibile “attacco” esterno, sembra del tutto tramontata? Si era parlato di leggi ad hoc, o anche di chiedere uno sforzo a soggetti come Ferrero o Intesa Sanpaolo. Nulla è successo. Perchè?  Probabilmente, la risposta la possiamo trovare, nel solito, atavico problema italiano; l’ immobilismo.  Un governo che passa il tempo a rincorrere gossip e problemi personali di qualche esponente, non può, materialmente, avere forze e tempo per trattare e, possibilmente, risolvere,  questioni di questa portata. A pensarla come noi sembra anche la leader di Cgil Susanna Camusso che afferma con forza quanto tutto ciò segni “il  limite di un governo che ha negato in tutto questo periodo l’esistenza di una politica industriale e che ha pensato che sul piano della finanza si risolvessero i problemi”  .  Arrivati a questo punto, la pista francese sembra l’ unica percorribile. Certo, con tutti i “se” ed i “ma”  che derivano da esperienze similari non del tutto positive. Il timore più concreto è che a risentirne possa essere il nostro sistema economico, già messo a dura prova da politiche industriali non appropriate; in termini di  filiera produttiva, che potrebbe essere decentrata ulteriormente,  e, più preoccupante,  per quanto riguarda i lavoratori che, come Fiat ed Alitalia insegnano, quando ci si ritrova in situazioni di ristrutturazione, o di acquisizione, sono i primi a subirne il contraccolpo.

Tutto ciò appare meno rilevante se tentassimo di vedere le vicende da una diversa angolazione; come un grande, gigantesco, intreccio tra Italia e Francia. Tra due governi, il cui rapporto ha vissuto varie fasi, in un’ altalena continua, tra dichiarazioni ufficiose e smentite ufficiali. Tra due personalità (Sarkozy e Berlusconi), tanto speculari, quanto contrastanti. Che l’ oggetto del contendere non sia solo Parmalat ma anche energia nucleare, quindi Edison, i rapporti tra edf ed enel, senza dimenticare la liaison tra Fonsai (Ligresti)Groupama, è chiaro a molti. Il risultato della partita, comunque, sembra ormai scritto. Per l’ ennesima vota i cugini d’oltralpe si impadroniscono di una nostra eccellenza. Dopo i magnati Pinault (Gucci e Bottega Veneta) e Arnault ( Bulgari, Fendi),  ecco la famiglia Besnier. Imprenditori lontanissimi gli uni dagli altri, accomunati dalla “passione” italiana.                                  

Che il destino del nostro paese sia sempre più quello del comprimario è evidente.  Come uscirne pare meno chiaro.

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L’ umiltà dei giovani

La disoccupazione giovanile è ormai arrivata oltre il 30 per cento. In una situazione del genere, non degna di un paese civile ed avanzato, il governo sembra aver trovato la soluzione; certo la colpa è dei giovani. Si perchè non si adattano, non si “abbassano” . A dirlo, qualche giorno fa, da Washington, è un Giulio Tremonti più loquace del solito, che tiene a ricordare come gli immigrati siano meno esigenti, meno pretenziosi. A fargli eco, dalle pagine del corriere della sera, non poteva mancare il ministro Gelmini sostenendo che “il governo aiuterà le nuove generazioni a superare il pregiudizio nei confronti dell’ istruzione tecnica e professionale”. La teoria rilanciata anche dal Censis, come troppo spesso accade in questo paese, appare un atto dogmatico, non supportato dai numeri. Infatti, come ci ricorda l’ ottimo Stefano Feltri sul Fatto quotidiano, supportato anche da Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani, non esiste alcun dato ufficiale che parla di rifiuto di posti di lavoro da parte dei ragazzi. Ad esempio, non esiste nessuna domanda in questa direzione, all’ interno del questionario Istat, strumento decisivo ed imprescindibile per l’ effettuazione di ogni tipo di analisi. Ci si chiede se abbia allora un fondamento questa spasmodica riscoperta del lavoro manuale, oppure esista una volontà di piegare i dati alle proprie convinzioni. Nell’ ultimo rapporto unioncamereministero del Lavoro emerge forte la carenza di meccanici ( ne cercano 2860) e riparatori di serramenti (1350).  Questo elemento significa forse che tutti i giovani sono destinati a questa carriera? Sarebbe riduttivo rispondere semplicemente no. La motivazione ce la dà proprio unioncamere; fatta eccezione per il 2009, annus horribilis, gli inserimenti programmati da parte delle aziende di  laureati e diplomati, sono costantemente cresciuti (dall’ 8,4 % dell 2004 all’ 11,9 % del 2009), tendenza opposta per chi possiede la sola licenza media (passati dal 41% al 30,4 %).  Morale: studiare conviene, ancora. Certo non come una volta, rapporto Almalaurea alla mano (a un anno dalla laurea specialistica il tasso di disoccupazione era 16,2 % nel 2008 contro 1i 17,7 % del 2009 ) . Di conseguenza, la conclusione cui arriva il Censis, sembra poggiare su pilastri tutt’ altro che solidi; tra il 2005 ed il 2010 la presenza di lavoratori under 35 è dimnuita (dal 34,3 % al 27,6 %) in quei settori  più strettamente manuali, mentre nello stesso periodo, negli stessi settori è cresciuta la presenza di lavoratori  stranieri (dal 10 al 18,8 %). Dunque, si potrebbe concludere che gli stranieri, hanno preso il posto dei giovani lavoratori. Tuttavia non si considerano alcuni elementi: i ragazzi sono i più facili da espellere dal mercato del lavoro (36 % delle nuove leve nel 2010) anche per  la bassa (solo il 15 %)  percentuale di contratti a tempo indeterminato, oltre questo occorre ricordare che assume carattere fisiologico (immigrazione), l’ aumento di stranieri (con bassa istruzione) nel nostro mercato del lavoro. Ciò avviene in tutti gli stati Ocse, senza per questo, che venga buttata benzina sul fuoco di uno scontro sociale e generazionale, come avviene solo in Italia. Si sta parlando di una guerra tra poveri che, come unico risultato produce instabilità e false credenze,  intanto ad approfittarne è solo chi dà voce a iniziative propagandistiche, come se potessimo andare avanti in una eterna, straziante campagna elettorale.
Cari ministri, membri di commissioni e pennivendoli, non vi sembra eccessivo questo atteggiamento? Domanda retorica per chi, come voi,  si desta solo per tacciare di antidemocraticità uomini e concetti che, semplicemente, vi rimproverano, di non far nulla per le nuove generazioni, di non averlo mai fatto.  È chiedervi troppo, capisco, se vi si domanda un impegno, da rispettare. Quindi non lo faccio; ma almeno il buon gusto di non pronunciare  parole come abnegazione, fatica o, peggio ancora, umiltà.  Pensavo che si fosse toccato il limite, nel non prendere provvedimenti di nessuna natura concreta. Ma mi sbagliavo. Non vi accontentate. Mentre una generazione intera è allo sbando, senza il barlume di una prospettiva, voi accusate, ci rimproverate, decantate teoremi, scordandovi persino di cosa, e come, avete fatto per l ‘università italiana. Vergognatevi, se ne siete capaci.

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…Numeri bugiardi?

“L’ occupazione non riparte”o ancora “Livelli produttivi distanti da quelli precedenti l’avvio della recessione e un’incidenza ancora elevata degli occupati in Cassa integrazione ostacolano il ritorno alla crescita dell’occupazione”. A pronunciare queste frasi non è stato un membro dell’opposizione o qualche pericoloso eversivo, ma Mario Draghi, presidente di Bankitalia. Troppo spesso sentiamo (s)parlare, anche a sproposito, sedicenti esperti di economia che ci illustrano dai loro scranni come e perchè  la crisi ha colpito, contraddicendo, prima che se stessi, logica e teoria economica. Ecco allora l’importanza di parole serie, mirate, pronunciate da un istituzione di indubitabile affidamento.  Quindi eccovi servita la verità; l’occupazione ha subito un calo persino rispetto all’ ultimo periodo dello scorso anno (-0,3%). Ma i dati, se fine a se stessi, creano confusione, incertezza e servono a poco. Proviamo a fare chiarezza. Ad esempio, alcuni autorevoli esponenti, nel tentativo di difendere la politica (nulla) occupazionale del governo, affermano che le assunzioni sono aumentate rispetto agli scorsi anni. Verissimo, peccato non dire come crescono. Dal bollettino di Bankitalia testualmente si legge “sono tornate a crescere le assunzioni con contratti flessibili e a tempo parziale; è proseguita la contrazione delle posizioni permanenti a tempo pieno”. È chiaro, si assume più forza lavoro ma per tempi prestabiliti e determinati, anche in settori dove progettualità e programmazione non necessitano di queste tipologie contrattuali. Andiamo avanti. Il tasso MEDIO di disoccupazione è rimasto stabile rispetto a valori dello scorso anno. Giusto ma,  premesso che (ancora) non è reato chiedersi se si potesse fare di più in termini di politica economica, senza farci passare come una vittoria, la stabilizzazione di certi indicatori, occorre precisare. In un sistema- paese, a livello economico, non tutti i disoccupati sono uguali, è  per questo che i nostri numeri sono inquietanti; è aumentata l’incidenza della disoccupazione giovanile e quella dei disoccupati di lungo periodo (+7,4%), così come la percentuale degli inattivi (+ 0,4%). Si è accennato ad un altro aspetto preoccupante della nostra economia: la produzione. Anche in questo caso è necessario fare uno sforzo affinchè certi dati possano essere interpretati nella giusta maniera. Prima i numeri: – 18% della produzione industriale in Italia rispetto ai livelli precrisi, contro il 5% ed il 9% di Germania e Francia. Affinchè ognuno possa formarsi un’ opinione indipendente, è doveroso ricordare come governo, parte dei mass media, alcune parti sociali, nani e ballerine  nel corso degli ultimi anni, si siano lanciati in campagne urlate, dal sapore propagandistico,  sul livello di produzione, e quindi di produttività (elevati), strettamente connessi al rinnovo di contratti nazionali e vincolanti per innescare un meccanismo virtuoso di assunzioni. Per quel che riguarda i conti, diminuisce il deficit (dal 5,4% al 4,6% dell’ultimo anno) ma aumenta il  debito pubblico (arrivato al 119% nel 2010) . “I risultati dell’ italia – si legge da via Nazionale – sono relativamente più favorevoli di quelli registrati in media nell’area dell’euro “, ma non basta. Serve che al rigore dei conti faccia seguito una politca economica degna di un paese avanzato.
Perchè i numeri sono oggetti, non mentono, ma come coltelli, possono far bene…o male.

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