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Lettera aperta al Ministro dell’Istruzione Dr. Francesco Profumo

Abbiamo ricevuto questa lettera da due nostri lettori ci siamo sentiti in dovere di far sentire le loro parole e senza aggiungere altro lasciamo a voi i commenti.

“Egregio Signor Ministro,

Le scrivo questa lettera pur temendo che mai Lei avrà modo di leggerla. Ed allora? Beh, mi conceda la speranza che lo farà e la prego anche di comprendere uno come me, genitore di un figlio disabile, che dopo aver sperato e provato in tutti i modi ad avere un minimo di ascolto e di giustizia ecco che incomincia a fare cose sciocche ed assurde come quella, appunto, di scrivere al Ministro.
Le scrivo non perché consideri Lei, Ministro Francesco Profumo, responsabile del problema che di seguito Le illustrerò. Tutti sappiamo che sono ben altri i responsabili di questa vergogna, tutti quei ministri, TUTTI, che hanno avuto l’onore di occupare negli anni la sua poltrona e che si sono limitati, appunto, ad “occupare la poltrona” e che mai si sono concretamente preoccupati della scuola pubblica, dell’utenza della scuola pubblica, di TUTTA l’utenza, e dei suoi problemi.
Ed allora perché le scrivo Signor Ministro? Perché mi è rimasto solo questo da fare, perché mio figlio, disabile, credo che abbia gli stessi diritti degli altri figli normodotati, che già ne hanno pochi (non ne ha di più, HA GLI STESSI DIRITTI) ed io, senza gridare, in modo educato e civile, vorrei ricordarlo anche a Lei sperando che Lei, prima di andarsene, riesca a risolvere questo problema.
Qual’è il problema? Ecco: mio figlio, oggi quattordicenne, è affetto da autismo. E’ stato regolarmente iscritto all’età di tre anni alla scuola dell’infanzia dove ha conosciuto la sua PRIMA insegnante di sostegno che è riuscito miracolosamente a mantenere per tutti e tre gli anni del ciclo scolastico e con la quale aveva creato un rapporto perfetto, sia dal punto di vista umano che didattico. Ma cosa succede? Non so per quale perverso meccanismo ministeriale e burocratico, ed in barba alla tanto decantata “continuità educativa”, con l’ingresso alla scuola primaria mio figlio deve cambiare insegnante di sostegno, DEVE cambiare perché, inspiegabilmente, non si comprende per quale motivo l’insegnante della scuola materna non può accompagnarlo anche alla scuola primaria. Ed ecco, quindi che in prima elementare mio figlio conosce la sua SECONDA insegnante di sostegno. Ma l’anno successivo questa seconda insegnante di sostegno viene trasferita ed in seconda elementare mio figlio conosce la sua TERZA insegnante di sostegno che a metà anno scolastico se ne va e, sempre in seconda elementare mio figlio ha la fortuna di conoscere la sua QUARTA insegnante di sostegno. In terza elementare conoscerà la sua QUINTA e, sempre nello stesso anno, la sua SESTA insegnante di sostegno, in quarta elementare la SETTIMA ed in quinta elementare la sua OTTAVA insegnante di sostegno.
Mio figlio è così arrivato alla quinta elementare ed in questo percorso ha cambiato ben OTTO insegnanti di sostegno ed un’osservazione sorge spontanea Signor Ministro: gli amici di mio figlio, amici che hanno frequentato in questi anni, anno dopo anno, la sua stessa classe, tutti normodotati, NON HANNO MAI CAMBIATO INSEGNANTE OD INSEGNANTI, hanno giustamente mantenuto, anno dopo anno, gli stessi insegnanti ed allora perché, PERCHE’, un bambino disabile, quindi un bambino più fragile, problematico, che ha bisogno di stabilità, di punti di riferimento certi, un bambino che ha difficoltà a riadattarsi continuamente ad una nuova figura, un bambino che per poter apprendere, nel limite del possibile, ha bisogno di un clima sereno e di un rapporto stabile DEVE subire tutto questo?
Ma non finisce qui, Signor Ministro. Mio figlio approda alla prima media (secondaria di primo grado) e sa cosa succede? Lei non ci crederà ma cambia nuovamente insegnante di sostegno e sa perché? Io spero che i solerti dirigenti ministeriali lo sappiano perché io non l’ho capito e non lo so. La spiegazione che mi è stata data è che l’insegnante di sostegno della scuola elementare non è abilitata per insegnare alla scuola media, come se mio figlio entrando alla scuola media potesse seguire il programma didattico ed educativo di questa scuola. Mio figlio, Signor Ministro, in prima media non sa ancora leggere e scrivere, deve necessariamente seguire un programma specifico che si adatti a lui ed al suo livello di sviluppo, programma che grazie a questo tourbillon ogni anno dobbiamo concordare di nuovo e ridiscutere con la nuova insegnante e con gli operatori della ASL. E così, ecco che in prima media, in barba alla continuità educativa e soprattutto senza alcun minimo rispetto umano, mio figlio conosce la sua NONA insegnante di sostegno.
Ma ancora non finisce qui, Signor Ministro. Pochi giorni fa ho saputo che l’attuale insegnante di sostegno, preparata, in gamba e disponibilissima, essendo stata nominata di ruolo, il prossimo anno se ne andrà, DEVE andarsene perché di ruolo!! Tutto questo, Signor Ministro, in barba alla disabilità. In seconda media mio figlio conoscerà la sua DECIMA insegnante di sostegno.
Concludo, Signor Ministro, sottolineando che le insegnanti di sostegno di mio figlio, che ringrazio tutte indistintamente per l’impegno e la passione che hanno dimostrato nel lavoro e per l’affetto dimostrato verso mio figlio e che ancora oggi dimostrano, sono sempre state costrette ad andarsene e lasciare l’incarico e questo in base a leggi e regolamenti degni di un paese incivile, in base a meccanismi che nulla hanno a che vedere con la disabilità ed il delicato ruolo che questi insegnanti ricoprono e sono state costrette ad andarsene dopo essere riuscite ad instaurare un ottimo e proficuo rapporto con mio figlio.
Lei pensi, Signor Ministro, che nonostante tutto quello che ho scritto sopra mi si dice che mio figlio deve considerarsi fortunato perché ci sono zone nel nostro bel paese dove i bambini disabili il sostegno scolastico neanche riescono ad averlo. Questa osservazione aggiunge vergogna alla vergogna.
Nostro figlio, Signor Ministro, come ed insieme a tanti altri bambini disabili, ha bisogno di lavorare molto, in modo costante e guidato da personale qualificato per raggiungere la massima autonomia possibile. Oggi nostro figlio, quattordicenne, non sa ancora leggere e scrivere e si esprime verbalmente con difficoltà. Chissà, forse in una scuola organizzata in un modo diverso e soprattutto in una scuola più attenta ai bisogni dei più deboli, nostro figlio oggi avrebbe qualche autonomia in più e, soprattutto, in una scuola diversa avrebbe goduto di un maggior rispetto.
La ringrazio per l’attenzione e Le auguro buon lavoro.

Angelo Borgna e Nicoletta Pizzi , genitori di Daniele”

Generazioneprecaria voleva ringraziare con affetto Angelo e Nicoletta del loro coraggio e della loro forza,  con la speranza che la nostra pubblicazione possa rendere consapevoli più persone possibili di realtà che rimangono troppo spesso all’ombra in questa società della vergogna cieca e sorda anche davanti all’evidenza.

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A voi dis-Onorevoli di Paolo Borsellino

In memoria di Paolo Borsellino, nel giorno in cui ricorre il diciannovesimo anniversario della strage in cui perse la vita insieme ai membri della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Passano gli anni e queste parole sembrano sempre più attuali, più forti, e più inascoltate. Ma mai banali. Non può essere banale il ricordo dell’onestà e del sacrificio di chi ha inteso assolvere il proprio dovere, consapevole di pagare con la propria vita. Mentre il Parlamento dimostra la consueta incapacità nel prendere decisioni che coinvolgono i propri membri, ai finti sordi di oggi, a voi Parlamentari, a voi “Onorevoli”, a voi italiani che vi autoassolvete credendo di non essere lo stesso coinvolti, vogliamo urlare in faccia le parole del santo laico Paolo Borsellino.

Grazie Paolo,

Lettera a Massimo Troisi

Caro Massimo,

ieri un amico mi ha fatto riflettere su come sia incredibile avere nostalgia di musiche, parole, e persone non vissute. Dopo un po’ mi sei venuto in mente tu, perchè a me succede la stessa cosa con te. La prima volta che ti ho visto avevo 10 anni, e non immaginavo che da lì a poco, te ne saresti andato. Quel giorno avevo visto ‘Non ci resta che piangere’ e mi avevi fatto tanto ridere. Poi, quando sei morto, forse per proteggermi io ti ho evitato. Ti ho conosciuto quando ero più grande Massimo, e forse è stato meglio così. Con ‘La Smorfia’, ‘Ricomincio da tre’, ‘Pensavo fosse amore invece era un calesse’ e ‘Il Postino’, ho capito chi eri, da dove venivi e cosa volevi dirmi. Una volta hai detto: «La comicità ti dà la possibilità di dire tante cose senza annunciare “Sotto-ci-sta-questo-discorso”. Se vuoi capire, bene. Se no, ti sei fatto una risata». Ecco, io ho capito che dietro quel tuo sorriso amaro, dietro i tuoi silenzi eloquenti, si nascondevano messaggi molto profondi, e una grande voglia di riscatto sociale per la tua gente. Tu recitavi per come vivevi. Forse è per questo che mi sembra di conoscerti come un amico fedele. L’insicurezza, la fragilità e la tenerezza della tua voce mi sono entrate dentro, e a volte sono le mie. E ne sono felice. Sai Massimo, io ho una teoria: secondo me non è possibile ridere da soli, come si fa?! Bisogna essere almeno in due. Perciò quando mi fai ridere, penso che le mie risate sono anche le tue. Tu non lo sai, ma con le nostre risate mi hai insegnato a sdrammatizzare, ad esorcizzare i problemi. Al di là dei tuoi film, dei tuoi sketch, delle tue battute, quello che resta è un grande incoraggiamento ad andare avanti, a non abbattersi, anche di fronte alla morte. E a vivere un po’ spensierati, che non significa chiudere gli occhi dinanzi alla realtà, ma affrontarla in un modo più dolce. Caro Massimo, ‘o ssaje comme fa ‘o còre, quando ti rivedo io mi commuovo. Ma perchè io ti volevo invitare al bar a scambiare due parole. L’amaro che volevo, era quello del caffè. Però poi non riesco a non ridere, sempre insieme a te si capisce. Allora esco, pago il conto e ordino lo stesso due caffè. Anche stasera pago io.

 

 

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Gli occhi e il sorriso di Giovanni Falcone.

Il 23 maggio del 1992, esattamente 19 anni fa, morivano in un attentato mafioso Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Solo gli esecutori materiali verranno condannati, mentre per i mandanti morali ci sono processi tutt’oggi in corso. Si cerca ancora di capire e accertare la verità circa i possibili alleati di Totò Riina e di Cosa Nostra, nell’obiettivo di destabilizzare l’ordine democratico. Indagini che negli anni hanno subito rallentamenti e improvvise accelerazioni, con vuoti di memoria alternati a ricordi lucidi sottaciuti per anni. Personaggi ambigui, e nuove pesantissime accuse ad alcuni Ministri di allora. Il tutto, come ogni mistero di Italia che si ‘rispetti’, condito da un assai probabile coinvolgimento dei Servizi Segreti. Ci auguriamo che dopo vent’anni, i magistrati riescano finalmente a rendere giustizia ai loro colleghi eroi. Come diceva Giovanni Falcone, “la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. E questa fine non può che passare anche dalla condanna dei mandanti della Strage di Capaci e di Via D’Amelio.

Il Blog vuole ricordare Giovanni Falcone con questo video. Guardate gli occhi e il sorriso di Giovanni, ed aldilà delle sue parole godrete della purezza d’animo e della sua devozione per la giustizia.

“La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.”

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Passato, presente e futuro. Tutto in una volta.

Spesso le date fanno brutti scherzi. A volte le coincidenze appaiono inquietanti ed il destino percorre vie che non sai. Il 9 maggio del 1978, Peppino Impastato, emblema dell’ antimafia veniva fatto saltare in aria.  Nello stesso giorno dello stesso anno veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Nel bagagliaio di un’ anonima Renault 4 finiva il travaglio di uno dei più grandi statisti che il nostro paese abbia conosciuto. A via Caetani, crocevia ideale tra piazza del Gesù, dove aveva sede la DC, e via delle Botteghe Oscure, dove c’ era quella del PC, è stato amputato irreparabilmente l’ auspicio di un’ Italia migliore. Fatta di uomini migliori. Come lo era Aldo Moro. Come lo era Impastato. Quanto avremmo avuto bisogno di persone capaci ed oneste. Quanto, la nostra povera Italia, rimpiange figure per cui integrità, lealtà, senso dello Stato non sono semplici vezzi, imposti, così pare, dal popolo bacchettone.

Oggi 9 maggio, un’ altra ricorrenza, è la giornata dedicata alle vittime del terrorismo (quest’ anno è stato deciso di ricordare i giudici ), sembra cadere come una mannaia sul corso degli eventi della nostra società. Un giorno destinato al ricordo di eroi  che hanno combattuto e battuto la violenza dell’ ignoranza con la forza della legge, acquista significato ulteriore quando S.B. sale le scale del Palazzo di Giustizia di Milano, in occasione del processo Mills. Come in una specie di contrappasso dantesco, il cavaliere, è chiamato a giudizio da quei magistrati “brigatisti”, proprio il giorno in cui si commemorano alcuni uomini straordinari (appartenenti alla stessa categoria), mentre sulla facciata del tribunale campeggiano le gigantografie di 3 servitori dello stato morti, per mano terrorista, tra il ’79 e l’ ’80 ( l’ avv. Ambrosoli ed i giudici Gallo ed Alessandrini). Come vessillo dell’inattaccabilità della giustizia. A ricordargli quando gli eversivi erano quelli che ammazzavano brutalmente i rappresentanti dello stato. Perchè li temevano.

Ed ora spetta a tutti noi difendere questi preziosi principi, a tutti quelli che desiderano un luogo migliore dove lavorare, esprimersi, vivere. Quelli che credono nell’ opera delle istituzioni, così come ne rispettano l’ autorità, senza però rinunciare ad esercitare quel diritto di critica costruttiva, mancando il quale, lo stato di salute della nostra Democrazia, passerebbe da “dormiveglia- incoscienza” a “coma irreversibile”.

Occorre rilanciare l’ idea di una Rivoluzione Culturale, per svegliare dal torpore troppe menti e troppe coscienze ipnotizzate, anestetizzate da un sistema che ci “vuole” così. Perchè più controllabili, più malleabili ed accomodanti. Sempre pronti a turarci il naso, a far finta di nulla; “perchè, tanto, lo fanno tutti”. Questo è  un invito a battersi con anima, cuore e cervello contro il parassitismo, il nichilismo, il cerchiobottismo, per abbattere il muro di calunnie fatto di generalizzazioni secondo cui sono, siamo, siete tutti uguali. Non è così. Il mio è un urlo di rabbiosa speranza, per le vite immobili su loro stesse,  per chi non ce la fa ad immaginarsi domani, per chi, nonostante tutto continua, imperterrito, a crederci. Un grido sul volto di quella categoria umana, grottesco ibrido tra politico e gattopardo. Personaggi strani. Loschi individui che, mentre promuvono il cambiamento, stanno già pensando alla poltrona da occupare. È una richiesta di coesione, per andare oltre ai personalismi, per provare a regalarci un paese che meriti di esser vissuto.

È proprio per questo che pubblichiamo una delle ultime lettere, scritte da Aldo Moro nel covo di via Montalcini. Per non dimenticare. Per ribadirci che tutto è possibile. Per capire la rilevanza dell’ eredità che ci ha lasciato. Perchè sta a noi far in modo che ogni sacrificio non sia stato vano.

A Eleonora Moro

Recapitata il 5 maggio

Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.

“Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.
Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo”

La lettera è priva di firma

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L’importanza di chiamarci Peppino Impastato.

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9 maggio 1978. E’ il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, in via Caetani a Roma. L’altra notizia, quella che passa quasi inosservata, è l’uccisione di Giuseppe Impastato. Peppino muore con una carica di tritolo posta sotto il suo corpo, sui binari della ferrovia. A Cinisi, nella sua terra fatta di cinisare e ricotta, che tanto ispirò Giovanni Meli. Gins è il nome arabo di Cinisi, che significa spiriti e fantasmi. Suo padre Luigi Impastato, capo di un piccolo clan nonchè cognato del boss Cesare Manzella, cerca da subito di imporgli il codice compartamentale mafioso. Ma Peppino si rifiuta in modo irriverente, si ribella fino al punto di essere cacciato di casa. L’incomprensione del padre ricorda quella di Pietro Bernardone con suo figlio Francesco. E come San Francesco d’Assisi, Peppino è in preda ad una febbre d’amore per i più deboli: gli edili, i disoccupati, i contadini. Inizia un’attività politico culturale antimafiosa e si unisce alle lotte contro l’espropriazione delle terre. Organizza cineforum, eventi musicali e teatrali, dibattiti. Cerca di risvegliare la sua gente, di destarla dal torpore della connivenza politico-mafiosa. Nel 1976 Peppino e i suoi amici fondano Radio Aut, che diverrà uno strumento fondamentale di denuncia degli affari e dei delitti mafiosi. La satira politica di ‘Onda Pazza a Mafiopoli‘ arriva nelle case di Cinisi e dintorni. Anche in quelle delle famiglie mafiose. Ma soprattutto in quella di Gaetano Badalamenti. Ma Zu Tanu non gradisce. Lui non è Luigi Impastato. Non è un padre ferito nell’orgoglio da un figlio ribelle. Per un uomo d’onore essere ridicolizzato pubblicamente è un’onta intollerabile ed imperdonabile. Due anni più tardi, a pochi giorni dalle elezioni comunali di Cinisi alle quali Peppino è candidato, fa eseguire la sua condanna a morte. La reazione della cittadinanza è forte. Alle elezioni votano simbolicamente Giuseppe Impastato, riuscendo a farlo eleggere. Moro e Impastato. Due morti feroci. E due indagini molto difficili, fatte di depistaggi. La morte di Impastato viene inizialmente spiegata come un tentativo di atto terroristico. Poi, viene umiliato sostenendo la tesi del suicidio. Peppino ottiene in parte “giustizia” solo nel 2001 e nel 2002, con le condanne di Vito Palazzolo e di Gaetano Badalamenti. Mentre gli esecutori materiali non verranno mai condannati.

Giuseppe Impastato fu un uomo onesto che amò la sua terra, e la difese senza tacere, senza omertà, senza paura, denunciando gli affari politico-mafiosi. E’ questo il messaggio più bello che ci ha lasciato, ed è questa l’importanza, per noi, di chiamarci Peppino Impastato.

Appartiene al tuo sorriso
l’ansia dell’uomo che muore,
al suo sguardo confuso
chiede un pò d’attenzione,
alle sue labbra di rosso corallo
un ingenuo abbandono,
vuol sentire sul petto
il suo respiro affannoso:
è un uomo che muore.

Peppino Impastato

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Che fegato, Eric !!!

“…Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…” . Queste le meravigliose parole di Francesco De Gregori che ho deciso di prendere in prestito per iniziare a raccontare la storia di un uomo che non si è arreso. Un ragazzo che è riuscito a piegare alla sua volontà, il sogno più difficile. Vivere. Per comprendere, anche solo in parte, occorre partire dalla fine. Martedì 3 maggio, Stadio “Camp Nou” di Barcellona, minuto 90 della semifinale di ritorno di Champions League, Eric Abidal, statuario terzino, nazionale francese, entra in campo, dopo meno di 2 mesi dalla diagnosi di un tumore al fegato, sostituendo Puyol. Tutto sembra scontato, una mossa per perdere qualche istante, si pensa, anche se non è esattamente nello stile BarÇa. Infatti non lo è. Il tempo non viene perso, ma bloccato. La percezione umana confusa. Gli applausi che accolgono Eric, sono quelli con cui il tuo popolo, non solo ti attribuisce il “ben tornato”, ma ti ringrazia. Il difensore francese sembra così assorto, da non riuscire a godersi, completamente, il suo trionfo. Il viso, segnato dalla rabbia di chi ancora sta lottando, contrito in una smorfia che alterna attimi di commozione, ad altri di dolore, mitigati da una gioia inimmaginabile. Gli occhi luccicanti che, su di un corpo color ebano,  paiono fari nella notte buia. Punti di riferimento che sembrano indicare, al mondo, la via per arrivare dove si vuole. Ai sogni appunto. Sono lì a dirci che non passa poi molta differenza tra esistere e resistere, vogliono parlare di speranze, di scelte difficili, di inaspettati dolori, dell’ impagabile felicità all’ uscita del tunnel, di paure umane e reazioni da campione. Un campione in una squadra di uomini, oltrechè fuoriclasse. Te ne accorgi quando il Barcellona al completo, alla fine di una partita più partita delle altre, che va oltre lo sport divenendo “battaglia” senza tempo, si unisce compatto per andare ad afferrare Abidal e lanciarlo in alto, ed ancora di più. Da dove tutto sembra meno importante, ed ogni cosa ha il posto che merita. Così lo sport diventa metafora di vita; talento e capacità sono termini che perdono la loro forza se non abbinati a sacrificio ed abnegazione. Ed anche il controverso, spietato mondo del calcio si è dovuto inchinare a te, persona prima che personaggio. L’ applauso più fragoroso è per te Eric, che, probabilmente, non sai, quanto bene hai fatto a tutti noi.

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