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Da Fukushima: “prendete la decisione giusta”

Ecco l’appello di Greenpeace International da Fukushima; per chi fosse ancora indeciso, per chi prova a fregarsene pensando che il Giappone è lontano. Dedicato a chi gioca, e confonde, i numeri; quelli dei grandi finanzieri, che trovano spazio ovunque e comunque, delle false promesse, quelli di una ricchezza radioattiva, con le cifre delle vittime annunciate, quelle delle vite segnate, dei cuori con i battiti contati, del dramma di una natura che non ne può più. Ma nell’analisi costi-benefici nessuno ha previsto esternalità come rispetto del prossimo, tutela della salute, salvaguardia dell’ambiente.

Il 12 e 13 Giugno ANDATE A VOTARE E PRENDETE LA DECISIONE GIUSTA!

GRAZIE… ANCHE DA PARTE NOSTRA!

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Che fegato, Eric !!!

“…Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…” . Queste le meravigliose parole di Francesco De Gregori che ho deciso di prendere in prestito per iniziare a raccontare la storia di un uomo che non si è arreso. Un ragazzo che è riuscito a piegare alla sua volontà, il sogno più difficile. Vivere. Per comprendere, anche solo in parte, occorre partire dalla fine. Martedì 3 maggio, Stadio “Camp Nou” di Barcellona, minuto 90 della semifinale di ritorno di Champions League, Eric Abidal, statuario terzino, nazionale francese, entra in campo, dopo meno di 2 mesi dalla diagnosi di un tumore al fegato, sostituendo Puyol. Tutto sembra scontato, una mossa per perdere qualche istante, si pensa, anche se non è esattamente nello stile BarÇa. Infatti non lo è. Il tempo non viene perso, ma bloccato. La percezione umana confusa. Gli applausi che accolgono Eric, sono quelli con cui il tuo popolo, non solo ti attribuisce il “ben tornato”, ma ti ringrazia. Il difensore francese sembra così assorto, da non riuscire a godersi, completamente, il suo trionfo. Il viso, segnato dalla rabbia di chi ancora sta lottando, contrito in una smorfia che alterna attimi di commozione, ad altri di dolore, mitigati da una gioia inimmaginabile. Gli occhi luccicanti che, su di un corpo color ebano,  paiono fari nella notte buia. Punti di riferimento che sembrano indicare, al mondo, la via per arrivare dove si vuole. Ai sogni appunto. Sono lì a dirci che non passa poi molta differenza tra esistere e resistere, vogliono parlare di speranze, di scelte difficili, di inaspettati dolori, dell’ impagabile felicità all’ uscita del tunnel, di paure umane e reazioni da campione. Un campione in una squadra di uomini, oltrechè fuoriclasse. Te ne accorgi quando il Barcellona al completo, alla fine di una partita più partita delle altre, che va oltre lo sport divenendo “battaglia” senza tempo, si unisce compatto per andare ad afferrare Abidal e lanciarlo in alto, ed ancora di più. Da dove tutto sembra meno importante, ed ogni cosa ha il posto che merita. Così lo sport diventa metafora di vita; talento e capacità sono termini che perdono la loro forza se non abbinati a sacrificio ed abnegazione. Ed anche il controverso, spietato mondo del calcio si è dovuto inchinare a te, persona prima che personaggio. L’ applauso più fragoroso è per te Eric, che, probabilmente, non sai, quanto bene hai fatto a tutti noi.

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diritto di vita…e di morte.

L’ultima storia è quella di Dioune Sergigme Shoiibou, trentenne senegalese, trasferito da meno di un mese dal carcere romano di Regina Coeli alla casa circondariale di Viterbo, morto nella notte di sabato scorso a causa, così sembra, di un infarto (in attesa di autopsia). Da quanto viene riportato il giovane soffriva di crisi epilettiche causate da un’ ematoma cerebrale, per cui era stato operato prima dell’arresto.  Detto questo credo che sia arrivato il momento di interrogarci, senza polemiche o preconcetti, sullo stato delle nostre patrie galere, tutti, anche chi si sente esente da responsabilità, pensando a queste come un corpo distaccato dalla cosiddettà società civile. È proprio questo l’errore originario, su cui si basa un castello di menzogne e stereotipi, cementato da un collante fortissimo, la paura. Non considerare la popolazione carceraria, come parte di uno stato, oltre ad essere erroneo, è fuorviante. Senza l’aiuto di Voltaire, o qualche altro grande pensatore, dovremmo convincerci che non esiste una dignità alternativa per chi è in carcere, realizzare che per definire uno Stato, democratico, deve sussistere un paradigma di minime garanzie per ogni essere umano che calca questo suolo, anche un carcerato. L’auspicio è quello di poter vivere in uno paese in cui, chi sbaglia possa pagare, chi è innocente non subisca ingiustizie ma anche in un posto in cui non ci sia più netta distinzione tra libertà e liberazione, nel quale il diritto ad una vita giusta valga quanto quello ad una morte (almeno) decorosa. Chissà se chi cita, distrattamente, la nostra Costituzione, ricorda il fine rieducativo e riabilitativo del carcere; ma questo conta il giusto, in fondo, domani, in pochi si ricorderanno di Dioune, ultimo nome di una lista troppo lunga. Di uomini prima che galeotti.

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Ora la nutella è un pò meno dolce….

Aveva 48 anni, Pietro Ferrero, erede di una delle più importanti dinastie dell’ industria italiana, morto in Sud Africa per seguire, così sembra, una delle sue passioni, la bicicletta.  Un infarto, viene riportato dalle prime indiscrezioni, la causa del decesso, proprio come il nonno Pietro, scomparso poco più che cinquantenne, dal quale, oltre che il nome, ha ricevuto in sorte il triste epilogo.  Era in Sud Africa, assieme ad una delegazione aziendale, per sondare il terreno allo scopo di aprire un nuovo stabilimento nella zona di Città del Capo.
La sua passione per il ciclismo, ci descrive un pò chi fosse Pietro Ferrero. Ottimo atleta, si dilettava a gareggiare in competizioni, anche di buon livello, senza però mai apparire, cercando unicamente il confronto con se stesso e le proprie capacità. Già capacità, talento, inclinazioni, termini che suonano desueti nell’ Italia che viviamo, ma che si addicevano ad un uomo capace, in grado di tenere botta al confronto ed alle responsabilità di un mondo che non guarda la carta d’identità. Ferrero, entrato in azienda nel 1985, subito dopo la laurea in biologia all’ università di Torino, compie un percorso tanto veloce quanto equo e meritorio. È così che, a neanche 35 anni, arriva a ricoprire la carica di Ceo della Ferrero International, la holding del gruppo, a cui seguono, tra i tanti, incarichi esterni al gruppo,  quello in Mediobanca.                                               Non basta sciorinare dati e numeri per descrivere, e quindi ricordare, un individuo. È per questo che mi auguro che la personalità dell’ uomo possa andare al di là dei fatti concreti, diventando, allo stesso tempo, esempio di serietà  ed input per le nuove generazioni. In un paese che ha bisogno di ripartire laddove Pietro Ferrero si è fermato.

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