Archivi categoria: OPINIONI A PROGETTO

A modo tuo.

C’è il sole ad insistere sul mare di Ostia, e vento freddo a colorare d’autunno un paesaggio che sembra assomigliare a certi animi appesi ad un filo. Un vento che spazza via, anche solo per un attimo, quel grigio impotenza, quello sporco che incrosta il pavimento dei sentimenti di molti; vento che, però, non riesce a sgomberare la mia mente da certi pensieri presuntuosi ed impertinenti, da emozioni che sanno dove aggrapparsi, che non ce la fanno proprio ad arrendersi.

Ho incontrato Pasolini, quando l’artista, l’immenso pensatore era già diventato mito, processo al quale aveva contribuito quel pezzo (enorme) di sistema che lo aveva boicottato, diffamato, screditato per anni. L ‘ho conosciuto tramite occhi terzi, articoli letti, parole riportate, la sua arte infinita, capace di acquisire vigore ed energia col passare degli anni. L’ho usato per (tentare di) capire me stesso, i sentimenti e la vita degli altri, prima che il mondo.

Sono qui fuori tempo, e dal tempo, calpesto foglie riverenti, quasi ossequiose, come se volessero proteggere, quel lembo di terra che ha visto esaurirsi il percorso dell’uomo complesso, ma non la sua scia magnetica e contraddittoria, quell’innata capacità di stupire e stupirsi che ha fatto tanta paura, quell’istintivo gusto per il confronto, quegli orizzonti squarciati ed allungati.

Ormai il sole s’è nascosto, il vento placato. In testa un caos ordinato prova a tener a bada l’ansia per quel futuro che sa di passato, sorrido ed entro in macchina. In fondo, ciò che conta è la forza con cui si affronta il percorso , la difesa delle proprie scelte, la necessità di dubitare di tutto (o quasi) per comprendere qualcosa, la capacità di non avere paura della paura.

Ognuno a modo suo.

Non c’è nulla di più bello che illudersi che le idee siano ancora in grado di cambiare volto e destino delle persone.

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…SU PINO E I SENTIMENTI.

 

Al verbo scrivere si possono accostare infiniti sostantivi, altrettanti attributi. Per chi come me, lo ritiene il modo migliore per capire e farsi capire, l’atto dello scrivere suona, il più dello volte come liberatorio, catartico, chiarificatore.

Non si è mai pronti all’impatto che certe notizie potrebbero avere sulla nostra coscienza, sul nostro patrimonio sentimentale, almeno non completamente. E poi ci sono momenti in cui ti senti nudo di fronte al mondo, o forse lo sei veramente; attimi in cui  all’ennesimo terremoto emotivo vedi vacillare quel castello che, solido ed inattaccabile, ha resistito ad urti ben più forti.

Il magnifico gioco della vita ti sorprende nella più normale quotidianità, tra gesti consumati dalla velocità con cui vengono ripetuti; un mattino di inizio anno che dell’inverno ha solo alcune sfumature sembra accogliermi al mondo in maniera benevola.

Il sole è solo una copia sbiadita, ma che importa quando la colonna sonora di quel pezzo di vita è “resta cu’mmè” di Pino Daniele; con la stessa violenza di un cuore che smette di battere, la stessa poesia di una stella che termina corsa e vita in una parabola stupefacente, il falsetto di Pino viene bruscamente interrotto da una voce, così rapida a farsi mano per andare a girare la manopola delle emozioni.

Le lacrime solcano il viso prepotenti, la pelle brucia, come se fossero intrise di un veleno stanco, che voleva, doveva uscire, ma non sapeva come. Inizio a tremare come chi improvvisamente si scopre impreparato alla vita; un istante dopo mi ritrovo proiettato in una  dimensione tanto lontana quanto familiare, quel contorno di lamiere diventa mezzo per navigare un mare di sentimenti salati, così duro da affrontare, tanto intenso da non poterne far a meno.

Come insegna Proust, come un odore che non ti lascerà in pace mai, come un’istantanea delle sensazioni che ti fanno star meglio..certa musica, fatta di sospiri e talento, incastonata tra note inconfondibili, impreziosita da quella voce rara, fragile ed irriproducibile, come qualcosa a cui ci si abbandona, piegando il tempo, riempiendo lo spazio, sarà lì ad insistere su ogni piaga del mio vissuto.

Sarà un paio di lenti buone per chi pensa di non averne bisogno, per comprendere vite e mondi quando gli occhi conosceranno la prima stanchezza, per riuscire a sfidare l’abitudine, increspando un po’ quest’acqua; sarà una sciarpa di lana pesante di un tono che sta bene su tutto, fatta d’amore, da usare per attraversare i dolori, per ripararsi dall’inutile malinconia di un ricordo sbagliato, per prepararsi alla splendida incertezza di un futuro, a volte troppo lontano.

 

 

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il mondo fuori la porta…

Certe notizie ti arrivano sul volto, come uno schiaffo. Violento, inaspettato, ingiustificato; niente a che vedere con quei ceffoni che sapevan d’amore, che erano sempre accompagnati da un motivo, e da una prospettiva.

Certe storie ti tagliano in due, come fa il vento gelido in quelle mattine d’inverno in cui rimani attonito, come fossi impotente, rispetto ad un mondo che sembra sgretolarsi sotto i tuoi passi. Certi momenti ti cambiano; sta a noi decidere se lasciarci andare, chiudendoci, tirando giù la serranda di un cuore affranto o magari, cogliere segnali, trasformando il dolore in opportunità. 

Fuori da quella porta, guardandoti negli occhi, vedo la vita passata ed immagino quella che verrà; un tuo gesto è in grado di scompaginare magnificamente ciascuno dei miei pensieri; e capita spesso di cercare il tuo sorriso disinteressato carico d’affetto puro, in grado di allegerire anche i momenti meno sostenibili; 

Grazie per ciò che hai fatto, e per quello che fai dal letto di un ospedale. Grazie per avermi preparato con tanta attenzione agli urti della vita, dell’innocenza, ai limiti dell’inconsapevolezza, con cui afferro pentole e padelle dell’esistenza, per rimanerne puntualmente scottato. Grazie per avermi regalato l’eco infinito di un amore senza ombre.

Provo a non bruciare nessuna tappa,  lasciando fare al tempo, come tu hai lasciato fare me. C’è ancora tanta strada da calpestare ed un mondo da costruire, fuori da questa porta.

Non dubitare sarò qui

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Generazione declassata.

Pochi giorni fa, al rientrro da un periodo di vacanza, lontano dall’aria infuocata di Roma, mi sono imbattutto in una di quelle trasmissioni mattutine che tentano, invano, di colmare quel buco estivo nei palinsesti televisivi del servizio pubblico,  parlando di argomenti triti e ritriti, quei talk show che, in assenza di notizie e nell’ infausto tentativo di rendere più comprensibili al pubblico i temi trattatti, riescono, attraverso un faticoso ed inappropriato uso della lingua italiana, a renderli addirittura più complicati, ai limiti dell’indecifrabilità.

Ma non è questo il punto. Il punto è l’argomento. Generazione perduta.  Già, non avete letto male. Non che fosse una novità la definizione, date le frasi, ripetute stile  solenne mantra, pronunciate più e più volte dal nostro Primo Ministro, e non solo. In effetti lo stupore, prorio di chi ancora ritiene esserci una speranza chiamata prospettiva, ha lasciato frettolosamente il posto all’indignazione, una collera che riguarda per lo più i modi in cui sono trattati certi argomenti. Perchè, almeno per qualcuno, le misure ed i pesi sono fondamentali; non è possibile celarsi dietro l’ormai poco credibile velo della “verità nuda e cruda”, come se chi non vede nulla di fronte a sé dovrebbe ringraziare, e magari con un bel sorriso di circostanza, coloro che sputano in faccia alla prima telecamera disponibile sentenze di morte, quantomeno premature, di un’intera generazione. Siamo spacciati. Ok! Ed allora?! Dopo cosa accade? Ah certo, per le (più o meno) nuove leve,  quelle tra i 25 ed i 40 anni non c’è più nulla da fare, ma almeno le abbiamo informate. Sono consapevoli. Consapevoli e dimenticate. È superfluo dire che non basta.
Probabilmente è così che si pensa (e si tenta) di pulire la coscienza, insonnolita, di un intero paese. Come se non ci fosse distinzione tra la freddezza, la professionalità, di un medico nell’affrontare un importante intervento chirurgico, e quel minimo sindacale di delicatezza e solidarietà nel comunicare l’esito della stessa agli affetti del malato. Peccato che, ad essere  puntigliosi, di interventi chirurgici non ne abbiamo visti, a noi toccano soltanto le  comunicazioni tecniche, telegrafiche, senza neanche  un posticcio”abbiamo fatto il possibile”.

Come se il costo sociale di vite che si arrotolano su se stesse, di vite che vorrebbero, ma non possono, di unioni disunite, non sia un costo che riguardi le alte sfere.

In effetti è proprio questo che mi spinge a scrivere. È l’irritazione per questo teatro dell’indifferenza con attori talmente scarsi da non dare neanche il sentore di verità ,  è la frustrazione che ritrovo nelle mie parole; allo stesso tempo libertà, e limite invalicabile.

Sarà la crisi, che colpisce tutto e tutti,  sarà che abbiamo fatto la bocca all’amaro di questi tempi, ma, dopo esserci fatti convincere a ricalibrare i nostri sogni, mischiandoli con un pizzico di quella fantomatica dura realtà e tanta merda,  non dobbiamo piegarci all’idea che il nostro futuro sia quello che qualcuno ci ha disegnato, surrogando le nostre prospettive con promesse maleodoranti. Non possiamo.

Ecco il link per  leggere e firmare il manifesto della generazione perduta.

http://www.generazioneperduta.it/

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L’equità che ci hanno raccontato

Dalle lacrime del Ministro Fornero, eminente esperta di sistemi previdenziali, il cittadino comune, immagina, o si sforza di credere, che alternativa non ci fosse. Senza speculare sulle emozioni, che per fortuna anche i tecnici hanno ed esternano, c’è da chiederselo veramente, tentando di tener fuori dalla discussione interessi di parte, singoli casi e personalismi. Va bene le “lacrime”, giusti i sacrifici, ma davvero non c’era un’altra strada per rendere questi sforzi più giusti, proporzionali e proporzionati alle vite, ai lussi, ai sacrifici di ognuno di noi?

Ad una prima, veloce, letta della bozza di manovra, tra i tanti dubbi, una certezza, netta, riusciamo a ricavarla. No, non parlo dell’equità, almeno di quella che ci si attendeva, ma dei soggetti e degli oggetti coinvolti. Già, chi paga cosa. Quasi, come una ineluttabile profezia, degna dell’oracolo di Delfi, come truculenta costante, i sacrifici, quelli degni di essere chiamati tali, saranno chiesti (così pare) a chi lavora, o ha avuto la “fortuna” di farlo arrivando con fatica alla pensione, a chi dichiara e non elude, insomma a quella che, con un’accentuata vena di pressappochismo, viene definita, ancora, classe media. Quei rimasugli del ceto medio che hanno saputo resistere in un’Italia che stentano a riconoscere, quella parte della popolazione che si va, via via, estinguendo, ma che nonostante tutto è capace di sopportare (ma ancora per quanto?) ed aiutare i figli, o magari i figli dei figli.

Qui non si tratta di invocare sanzioni draconiane, o adottare fantasiose, e poco ortodosse,  leggi del contrappasso. Certamente non si vuole demonizzare la ricchezza in quanto tale. Tutto ciò sarebbe degno di popoli e nazioni distanti, nel tempo e nello spazio, dalla nostra storia, da quella cultura millenaria che è arrivata pressochè inalterata a noi. È proprio (in)seguendo l’altissimo concetto di democrazia, che poi fa rima con quello, largamente sbandierato, di equità, che mi sembrano inappropriati, se non parrossistici la gran parte degli interventi contenuti in questa ennesima manovra. Misure inique che, di riffa o di raffa, accentuano una spaccatura sociale, ed economica, tra quel 10% della popolazione che detiene oltre il 50% della ricchezza netta italiana, ed i cittadini comuni.

Sperequazione che si palesa nettamente nella stragrande maggioranza di questa manovra; dalla deindicizzazione delle pensioni (per quelle superiori ai 936 euro lordi!!) che colpirà il 76,5 % dei pensionati, e speriamo sia rivista (pare fino a 1400 euro per un solo anno), alla scure dell’ IMU (la nuova imposta che andrà a sostituire la vecchia Ici), che si abbatterà sulle teste di tutti i cittadini senza discriminante alcuna. La nuova imposta peserà molto di più sui patrimoni (immobili) di (quasi) tutti gli italiani rispetto alla precedente, data la rivalutazione del valore catastale (+ 60%).
Per non farsi mancare proprio nulla, ecco l’ennesimo rincaro, immediato, su carburanti (8,2 cent sulla benzina, 13 per il diesel) ed imposte indirette;vedi l’IVA che aumenterà di 2 punti percentuali, senza nessuna differenziazione tra beni e servizi su cui gravava l’imposta del 10% e quelli per cui si era arrivati (ultimamente) al 21%. Per abituarsi all’idea ci sarà tempo; l’aumento dell’IVA avverrà solo a partire dall’ottobre del 2012 (cui farà seguito un ulteriore innalzamento di 0,5% dal 1 gennaio 2014); tempo per comprare il panettone, affannarsi nella rincorsa all’ultimo dono, cucirsi addosso il sorriso delle migliori occasioni, far finta che tutto vada bene, o almeno meglio di come qualche malpensante tragicomico aveva preconizzato; così da addormentarsi tra i migliori propositi per l’anno che verrà in nome di nostro signore “ottimismo”, per risvegliarsi in un paese che non c’è (più).
E sull’altro piatto della bilancia, quella dell’eguaglianza, della solidarietà, cosa c’è? In che modo sono chiamati a contribuire i veri privilegiati? A parte l’ulteriore tassazione dell’1,5% (!!) dei capitali già scudati (misura sulla quale grava più di una perplessità in merito alla concreta attuazione), nel testo proposto dal Prof. Monti possiamo scorgere il cosiddetto “superbollo”, che graverà, a partire dal 2012, sui proprietari di veicoli superiori ai 185 chilowatt, con una maggiorazione di 20 euro ogni chilowatt eccedente il predetto limite.  Si colpiscono auto, considerate di lusso, e barche, attraverso una specifica tassa, detta di stazionamento che varierà in base alla grandezza dell’imbarcazione (da 5 euro al giorno per gli scafi più piccoli fino a 703 per quelli superiori ai 64 metri), e non i proprietari, gli uomini, i loro patrimoni. Così pagherà sempre e comunque quella parte di popolazione abbiente, ma onesta, che non nasconde, se stesso, ed i suoi averi, dietro gli archetipi dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Buoni propopositi arrivano dal taglio delle buonuscite per i supermanager, dallo stop alle cariche incrociate; ma, francamente, ci sembra poco, troppo. Non basta chiamarli “Nuovi noti”, non è sufficiente il contributo del 15% (percentuale rivista, la precedente era 25%) sulle pensioni superiori ai 200000 euro,  a regalarci la certezza che tutti diano, quello che possono. No perchè la sensazione è che si vada a colpire non chi è ricco, ma chi non è povero, insomma coloro che quel frammento di serenità se lo sono sudato, in modo da ridurre un numero sempre maggiore di cittadini ai limiti dell’indigenza, evidenziando quel divario a cui ho fatto riferimento precedentemente.

A forza di tagli e sacrifici, lo sviluppo e la crescita sembrano rinviati per l’ennesima volta. C’è chi parla di un avvitamento dell’economia italiana su stessa, io preferirei definire questa condizione come spirale, inflazionistica ma non solo, che, se non affrontata con cure più adeguate, rischia di fagocitare ricchezze e certezze degli italiani, trascinandosi dietro prospettive ed attese faticosamente sopravvissute.

Così tra un emendamento e l’altro, tra una conferenza stampa ed una cena a Bruxelles, mentre lo schifo di quatrro (non tutti) politicanti (non politici) si batte eroicamente nella difesa di certi privilegi, c’è un’Italia che piange silenziosamente, in case (per chi ce l’ha) umili che significano una vita di sogni e di rinunce, ma che, ostinatamente, non molla la propria dignità. Ci sono sguardi delusi, grida d’aiuto cha cadono nel nulla e spalle piegate da promesse pesanti puntualmente disattese. E c’è un passato troppo ingombrante che non riesce a lasciar spazio al futuro.
Sotto la grande bandiera dell’uguaglianza siamo un popolo di soli in mezzo a tanti.
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“Unica”, e la speranza si fa musica.

Scrivo mentre ti ascolto, caro Antonello. Lo faccio per esorcizzare il momento, per difendere, concetti ed idee, e difendermi, da un’apatia pericolosa. IL tuo nuovo cd “Unica” è vera terapia per l’anima, paracadute per sentirsi più leggeri, in un vuoto che a volte serve, senza correre il rischio di schiantarsi. Per non pensare al momento, per avere la forza di proiettarsi al futuro; perchè la musica, quella buona, ti segue sempre, comunque. Fuori e dentro te. Perchè magari una canzone non basta a risolvere i problemi di tanti, a dare un lavoro a chi lo merita, a ridare l’amore a chi lo ha perduto, ma, a volte, è sufficiente a lasciarsi un pò stare,  ad imporre un’angolatura diversa da cui vedere angosce e preoccupazioni , a rivedere tinte e sfumature di sensazioni ed emozioni, a capire se stessi, e quindi gli altri. A farci compagnia, a non lasciarci indifferenti.

Perdonami la confidenza, caro Antonello, me la sono presa, come se fossi uno di casa; per me lo sei, da sempre. Ancora una volta le tue note sono lì, straordinaria costante, a ribadire l’importanza del percorso di ogni individuo. Meravigliosa colonna sonora della vita di tanti (compresa la mia). Forse è il periodo che rende tutto più intenso, forse il bisogno, viscerale, di aggrapparsi con ogni forza a qualcosa. E la musica, le parole, le tue, sono più di qualcosa. È probabile che si tratti “nient’altro” che di uno dei tuoi migliori lavori ma l’effetto che fa è semplicemente “unico”.  Già nessuno sa arrivare come te, Antonello, in certe zone nascoste, intime del nostro inconscio, per sfirorarle, o scuoterle; ed ogni pezzo sembra assomigliare un pò a chi lo ascolta, in ogni strofa puoi trovarci melanconia di un ricordo o gioia per la prospettiva, a seconda di quello che cerchi, del pezzo di strada che stai percorrendo.  Così da ritrovarti, anche in un tempo che sembra non appartenerti più.

…Ne abbiam passati di giorni tristi, di solitudini e
melanconie. Passati invano nel non capirsi mentre la vita ci scappava via
Sono bellissimi questi momenti e così carichi di energia.
Il ritrovarsi senza tormenti ci fa volare con la fantasia.

E allora canta!
Amico, canta!
Canta insieme a me: allora canta!

La libertà ritornerà…

(E allora canta, A. Venditti)

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Tecnicamente…dubbioso.

Quegli attimi, tanto veloci quanto intensi, immediatamente successivi alle dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio, sembrano ormai distanti, a tal punto da smarrirsi nella memoria della storia contemporanea italiana. Come se tra quell’istante e la presentazione della nuova lista dei ministri, ci fossero un paio  di vite. Sarà per il caos ed il frastuono che la nostra classe poltica ha saputo aggiungere, come sovrapprezzo, ad una situazione socio-economica assai critica; sarà la sbalorditiva differenza tra persone e personalità, tra comportamenti ed attegiamenti; sarà che sembra finito il tempo a disposizione di un paese patologicamente in ritardo.

Sarà che la gente, tutta, non riesce più a guardare più in là del quotidiano, con gli animi più vuoti delle tasche. Sarà che le coscienze di milioni di italiani attendono risposte. Sarà per questo che nessuno (o pochi)  ha espresso dubbi o perplessità sul nenonato Governo, o magari sul percorso che ha portato alla sua formazione.  Già, avranno contribuito fretta e paura, solo in parte imposte da Europa e mercati finanziari, e sicuramente questo è il momento in cui polemiche e sterili contrapposizioni devono obbligatoriamente cedere il passo a coesione e cooperazione.

Ma l’Italia è il paese del bianco e nero, posto in cui le sfumature non sono certo di casa. Così accade che coloro che, poco prima, si azzuffavano anche sul più stupido emendamento parlamentare, ora, grazie a SuperMario, danno sfoggio di una ritrovata unità d’intenti, improvvisamente rinsaviti, riscoprendosi uno ad uno la reincarnazione del morigerato De Gasperi. Non solo; alla pressochè totale mancanza di contraddittorio all’interno della classe politica italiana va ad aggiungersi una sconfinata, quanto sospettosa, concessione di credito da parte di (quasi tutti) mass media ed organi di informazione. Ma come?! Il diritto di critica dove è andato a finire? Coloro che dovrebbero controllare i controllori dove sono?

Ed io chiedo umilmente perdono. Lo faccio in anticipo. Cosa? Perdono. Si Perchè ne ho piena la testa (e qualcos’altro) degli “aut aut” di prudenti e finti rivoluzionari. Quelle frasi che sintetizzano splendidamente l’Italia ed il suo grandioso popolo come :”…è da irresponsabili sostenere certe tesi in un momento del genere…” o ancora :” ..il prestigio e l’autorità del Prof. Mario Monti non possono essere infangate..” e così via in un crescendo rossiniano di invenzioni ed idiozie. Cosa c’entrano le mie scuse premesse? Le voglio porgere a tutti, ai tanti, a quelli che ritengono offensivo informare ed informarsi, domandare ed interrogarsi sull’infinito curriculum istituzionale del nostro Primo Ministro, uomo dei poteri forti, delle istituzioni sovrannazionali nonchè totem della finanza mondiale, sul rapporto che intercorre tra la “vocazione” europeista ed atlantica di SuperMario e la sua nomina a Capo di un governo d’emergenza (mentre il  collega Papademos diveniva il suo alterego in Grecia), sulla via crucis che ha portato il nostro paese ad una situazione in bilico tra parodia e dramma, su come il progetto della radicale eliminazione della sovranità nazionale si stia concretizzando; un progetto nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale e sviluppatosi lungo tutto il corso del secolo scorso tramite gruppi di potere più o meno trasparenti (Bilderberg Group e Commissione trilaterale) . Quelle stesse organizzazioni che hanno visto in Mario Monti un serio, freddo ed equilibrato interlocutore.

Come se il destino, a medio-lungo termine di un’Italia vilipesa e maltrattata, dipendesse più da qualche punto interrogativo, peraltro legittimo, che dall’azione di un governo che ogni cittadino italiano attende con spasmodica anzia. Come se la richiesta di chiarezza potesse essere confusa con il fallimento di gran parte della classe politica italiana.

Ed allora ben venga questo governo tecnico, perchè alternativa non c’era, non c’è. Non sto qui a gridare al complotto internazionale o al golpe finanziario, questo si, sarebbe poco serio. Sono qui a chiedermi ed a chiedervi se sia legittimo o meno essere critici, senza la bandiera stretta in un pugno, senza colore partigiano. Forse è anche da qui che occorre ripartire. Dopo le riforme e gli interventi, a cui è giusto pensino i tecnici del nuovo Governo, occorre lavorare sulla nostra consapevolezza. Probabilmente non servirà a tornare indietro dalla spirale del capitalismo esasperato che ha risucchiato tanti Stati occidentali, ma a comprendere le dinamiche politico-economiche che ci hanno spinto fin qui, per tentare di apprendere da errori ed orrori così da poter rinascere. Come abbiamo fatto decine di volte.

In attesa della prossima resurrezione resto tecnicamente in attesa.

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