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Diritto al futuro

“Non siamo qui per fare l’elenco di tutte le nostre sfighe” questo è l’urlo strozzato di una delle ragazze scese in piazza per ribadire l’esistenza di un’Italia in bilico su se stessa (guardate il video estratto da presa diretta del 2 ottobre 2011). Non contro Brunetta, non contro la strafottenza ed il menefreghismo dei poteri forti, ma per qualcosa, a favore di concetti ed idee irriducibili, così forti da dover essere smontate attraverso la menzogna, la calunnia.

Se sono qui, e scrivo, è perchè questa è una delle poche cose che riesce a farmi sentire ancora vivo, presente, attivo nella mia società; perchè, come ricorda Roberto Saviano, “raccontare le cose”, o almeno provarci “significa non subirle”.  Cerco di usare la penna, o il pc, come armi di resistenza pacifica o, magari per scaricare quella delusione che mi accomuna a molti giovani, precari. Non credo che scrivere, documentare, fotografare, insomma comunicare, significhi cambiare un mondo così complesso, ma allo stesso tempo penso che farsi passare tutto, e sempre, sotto il naso, o magari abituarsi a qualche terribile fetore significhi arrendersi; e la resa è l’anticamera della fine, la peggiore.

Spesso non dipende da te, a volte semplicemente non ce la fai; combatti con la vita, ti batti, per un posto, un’identità e finisci per implorare un briciolo di esistenza. Pierpaolo Faggiano era un giornalista pubblicista. Era un ragazzo non più ragazzo di 41 anni, morto suicida per un sogno. Già c’è chi sogna scenari e professioni fantasiose e chi, come Pierpaolo, sognava di fare il proprio lavoro, quello che ti gratifica e ti rende migliore, di vivere del suo talento, perchè Pierpaolo ne aveva. Forse è proprio questo a rendere insopportabile questa condizione: la piena consapevolezza di meriti e capacità, la presa d’atto che queste non sono più indispensabili per scrivere e descrivere. Termini come gavetta e sacrificio pare abbiano perso la caratteristica di temporaneità, per divenire tristi costanti nell’ennesima, struggente, tipica storia italiana.

Sarà che le piazze continuano a riempirsi, e gli animi a svuotarsi, sarà che non si può morire di se stessi, sarà che vorrei dedicare queste quattro parole, a chi di parole non ne potrà più scrivere. Sarà che ogni uomo in meno è un pezzo d’Italia che si sgretola sotto le folate del vento della vergogna.

Se sono qui e faccio fatica a scrivere è perchè penso ad ogni animo, ogni cervello che arranca, ad ogni percorso che non porta da nessuna parte.

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Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti. 1

Ecco la prima parte della puntata di Report “Generazione a perdere”.

Mi rivolgo a voi; padri e madri,nonni e nonne, insegnanti, educatori, giornalisti e ad ogni soggetto che concorre, o dovrebbe farlo, all’educazione, la formazione e alla crescita dei giovani. Non riuscite proprio a sentirvi a disagio? Riempite orecchie e cervello dei ragazzi con i sacrifici che avete dovuto sostenere, ribadendo che “nessuno regala niente”, come se chi vi sta, pazientemente, a sentire, vorrebbe qualcosa in omaggio, per grazia ricevuta. Siete in pochi, dato che a me non piace generalizzare, ad ammettere che vi è stato consegnato un mondo che prometteva speranze, in cui il futuro non spaventava ma incuriosiva, dove il sogno era una parte della soluzione del problema; e quando è toccato a voi passare il testimone? Voi avete donato le macerie di un’ economia, briciole di lavoro, frammenti di prospettive, insomma una speranza trasparente, quasi spettrale. Il tutto condito da tante frasi di circostanza, molti luoghi comuni e poche mani tese. Non basta, non è bastato, aver svolto il proprio compito nel migliore dei modi. Non è stato sufficiente essere buoni genitori, neanche educatori. Arriva un punto in cui si vuole smettere di essere solo figli per andare nel mondo e percorrere la propria strada, ma molti non possono permetterselo; così ad una frustrazione con cui ormai si convive quotidianamente si aggiungono terribili sensi di colpa: non serve pagare l’affitto da fuori sede a tuo figlio, se dopo c’è il nulla.

Per non parlare poi di quei politici, amministratori, dirigenti, imprenditori, quella classe di persone a cui è affidata la conduzione di un paese che si continua a vantare  di aver rubato meno, di aver proposto quel decreto, o aver abolito quel privilegio, prendendo come termine di paragone il peggio del peggio. Ma tutto questo non si potrebbe definire come “minimo sindacale”, base, imprescindibile, da cui partire per partecipare attivamente alla vita sociale, politica ed economica di una democrazia? Ed il resto dov’è? Guardate, soprattutto voi, per tentare di comprendere il dramma di un’intera generazione. E magari trovare insieme una via d’uscita. Perchè questo non è  un semplice scontro tra generazioni.

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