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Lettera a te.

Scrivo per tentare di far ordine tra pensieri e sensazioni. O forse per interrompere uno di quei momenti, sempre meno rari, in cui provo ad immaginarti. Come sarà, come sarai, come saremo, come sarò. Quanti interrogativi pretenziosi che affollano spazi di tempo su questo meraviglioso tratto di strada.

Non ci sei,non ancora, ma ci sei. A modo tuo. Come un’idea folgorante, come quel profumo che conosci, ma non riconosci, come la prospettiva tagliente di un futuro che ha l’arroganza di farsi attendere. Così come quell’accenno di inadeguatezza, pronto ad affacciarsi dall’assolato terrazzo della mente, ogni volta che il tuo vento sfiora le nostre finestre. Proprio come la paura che provo, che proviamo. Quel sentimento che puoi combattere, e battere, soltanto con l’impeto della novità, la speranza che regala la curiosità di un nuovo orizzonte.

Mai dubbi ed incertezze hanno avuto sapore tanto dolce e morbido; il vuoto destinato a riempirsi di giorni e notti, che ancora non sai quanto mancheranno.

Chissà se sorriderai ascoltando la poetica musicalità di Fabrizio De Andrè, se lascerai la stretta delle nostre mani davanti alla verità del Caravaggio, se avrai terrore del vuoto, o dell’aereo, o forse dell’altezza. O magari non avrai alcun tipo di timore. Magari sarai un’ instancabile pigrona, o forse una trotttola senza sosta. Chissà se non potrai far a meno, come noi, di perderti tra i luoghi del cuore, perchè certamente ne avrai; se amerai il caldo torrido, o come me, preferirai la magica intimità della neve. E poi, chissà se avrai le mani di tua madre, eleganti ed infinite che possono ogni cosa; se piangerai con Massimo Troisi, se riderai amaramente con Alberto Sordi. Se preferirai la poesia sognante di Neruda, o l’impegno passionale di Saramago; se sul tuo cammino troverai Pasolini ed il suo genio, o se, al contrario non te ne fregherà nulla. Se ti addormenterai ascoltando la fantasia di Gianni Rodari, se sarai la prima in tutto o in niente, se e quando amerai, quanto sarai amata.

Mi fermo ipnotizzato, davanti allo stupendo involucro che ti avvolge, che dovrebbe prepararti all’impatto con la vita. Rimango impassibile tra la gioia inenarrabile e l’ansia per quel che sarà. E’ un attimo, come il tannino di certi miti vestiti di rosso, che pensi troppo ingombrante, fastidioso, amaro solo se la natura cede il passo all’impazienza, o che dura fin quando l’incedere prepotente non si impadronisce dell’intero palato, spalancando finestre verso l’infinito.

Chissà se saremo capaci di trasmetterti il pesante significato del verbo sognare, di spiegarti pazientemente quella linea tanto sottile che corre tra la libertà ed il rispetto. Se saremo in grado di trasmetterti valori imprescindibili, fornirti strumenti di ogni genere, senza però l’inutile fardello di paure (solo) nostre. Ecco vorrei che avessi le tue, di nuove, le più strane ed incomprensibili, ma tue. Perchè tuo sarà il percorso, tue saranno le scelte, i fiori che vorrai cogliere, tuo lo sguardo sulle cose della vita,  le andate ed i ritorni. Nostro sarà l’amore incondizionato, i no a denti stretti, le mani per spingere più che trattenere, per accarezzare ogni circostanza, la consapevolezza che farai parte sempre di noi, ma mai sarai nostra.

Vorrei rassicurarti sul mondo che il tuo stupore sfiorerà, vorrei sentirmi meno responsabile del disastro di questa famelica umanità. Ed infine vorrei prometterti che indosserò il migliore dei sorrisi, quando vedrò le tue valigie fatte, i passi spediti, diretti ad aprire un’altra parentesi.

Ma sono solo un uomo, che rincorre incessantemente un continuo tentativo di miglioramento.

Ti aspetto. A modo tuo.

Vedrai sarà il migliore dei viaggi.

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L’ esempio di Vittorio.

Potrebbe essere mio fratello Vittorio Occorsio. Potrebbe esserlo di tanti ragazzi che, ogni giorno, si affannano per affermare un’ idea diversa dell’ Italia. Non lo conosco Vittorio, ma lo ringrazio. In un paese che ha perso la voglia di indignarsi, oltrechè la coscienza storica, dove la democrazia sembra piegarsi ai colpi bassi di qualche piccolo uomo è un ventitreenne a rispondere, con vigore, con rabbia. Sono questi i sentimenti che guidano un giovane a cui è stato strappato, un affetto. Già perchè Vittorio è il nipote del giudice Occorsio, giustiziato il 10 luglio del 1976, dall’ organizzazione neofascista di Ordine Nuovo, per mano di Pierluigi Concutelli. Il caso è tornato su tutte le prime pagine, non solo per gli ultimi, deprecabili, vergognosi episodi che hanno visto protagonista Lassini ed i suoi manifesti milanesi, ma anche a causa della sospensione di pena che è stata concessa al terrorista.Un mix esplosivo che ha provocato ,da parte del giovane, una reazione tanto naturale, istintiva, quanto esagerata; arrivando ad invocare la pena di morte per il Concutelli. È proprio da questo punto in avanti che la vicenda assume toni di straordinarietà. Perchè la spirale in cui si cade in questi casi,  rischia di trascinare te e le tue emozioni, in basso. Proprio dove vuole, voleva, chi ha innescato questo perverso meccanismo d’odio. Tutto ciò è  concesso, dovuto persino, a chi ancora deve apprendere l’ arte di assorbire i colpi. È Eugenio Occorsio, giornalista padre di Vittorio, a commentare, dalle pagine di Repubblica, non solo la scarcerazione dell’ ex Ordine Nuovo, ma anche la dura reazione del giovane figlio :” Figlio mio, non dimenticare, ma abbandona odio e vendetta”. Solo la mano ferma di un padre può, con dolce autorevolezza, far capire dove e perchè si sbaglia. Solo un grande padre, ed un grande uomo, riesce a riaprire cicatrici, che sembrano solchi di aratro su di un terreno arido, della sua anima per regalare al suo stesso sangue un messaggio di civiltà. Di fiducia. Di rispetto delle istituzioni. Nonostante tutto. ” Mi ha dato una bella lezione” racconta, il giorno dopo, Vittorio dalle colonne del Fatto Quotidiano. Forse non lo sapete, ma la lezione l’avete data a noi.

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