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La vittoria della gente. Per la gente.

Siamo noi. Siete voi. Siamo tutti ad aver vinto. Chi ha votato, chi si è prodicato.  Questa è la risposta della gente ad un clima non più sostenibile, ad uno stato delle cose che deve essere sovvertito. Questa è la vittoria di una coscienza civica sepolta sotto scorie di ignoranza, ricoperta da fetidi cumuli di letame, la vittoria di chi ha speso tempo e fiato per convincere un fratello o un amico, per spronare chi, di questa Italia, non vuol più saperne. Per una volta, guardandoci negli occhi, potremo dire, senza se e senza ma, di aver fatto la scelta giusta (l’unica possibile), una piacevole eccezione in cui dentro c’è tanto, forse tutto: c’è la volontà di rendere concreta, una altrimenti vana speranza di un paese migliore, più sano, più bello, in grado di giungere inalterato alla vista delle generazioni future, c’è  un caleidoscopio di sensazioni che ci ricorda cosa significa vivere in una democrazia, c’è la presa d’atto di un popolo intero

È per questo che, anche se non lo sa, ha vinto anche chi non è andato a votare. È per questo che oggi 13 giugno 2011 ho riscoperto l’orgoglio, da tempo inesorabilmete assopito, di far parte di una comunità viva, attiva, pensante. La dignità di essere Italiano.

Grazie a tutti.

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Da Fukushima: “prendete la decisione giusta”

Ecco l’appello di Greenpeace International da Fukushima; per chi fosse ancora indeciso, per chi prova a fregarsene pensando che il Giappone è lontano. Dedicato a chi gioca, e confonde, i numeri; quelli dei grandi finanzieri, che trovano spazio ovunque e comunque, delle false promesse, quelli di una ricchezza radioattiva, con le cifre delle vittime annunciate, quelle delle vite segnate, dei cuori con i battiti contati, del dramma di una natura che non ne può più. Ma nell’analisi costi-benefici nessuno ha previsto esternalità come rispetto del prossimo, tutela della salute, salvaguardia dell’ambiente.

Il 12 e 13 Giugno ANDATE A VOTARE E PRENDETE LA DECISIONE GIUSTA!

GRAZIE… ANCHE DA PARTE NOSTRA!

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Verso i referenda: Nuclear Impossible.

Dopo il legittimo impedimento e i quesiti sull’acqua bene comune, è la volta del nucleare. Cerchiamo di capire le ragioni per andare a votare ‘Sì’ anche a quet’ultimo quesito.

Come molti sapranno, in un primo momento il Governo aveva modificato la legge, e quindi il testo referendario, proponendo una moratoria che aveva lo scopo di rinviare il tema di un paio d’anni. Il tempo necessario per metabolizzare Fukushima e renderne più lontano il ricordo. Tuttavia, il tentativo maldestro di affossare il referendum si è rivelato inutile. La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto opportuno procedere comunque alla consultazione, aggiornando il testo del quesito, poichè l’intervento del Governo non modificava lo spirito iniziale della legge. Chi ci ha rimesso sono sicuramente gli elettori italiani all’estero, che avevano già votato e per motivi tecnici non avranno il tempo di ricevere le nuove schede.

Sul tema del nucleare si è detto veramente di tutto e il suo contrario, spesso con il risultato di generare confusione e disinformazione. A partire da numeri e percentuali sulla quantità di energia ricavabile dall’atomo, fino alle dichiarazioni di qualche tempo fa dell’oncologo Umberto Veronesi (“Il rischio cancerogeno dell’energia nucleare con i moderni reattori è di fatto vicino allo zero”). Anche Margherita Hack ha preso le difese del nucleare, lamentando un’eccessiva irrazionalità sul tema. Non pretendendo di essere esaustivi, proviamo allora ad affrontare razionalmente alcune questioni del nucleare. Per farlo bisogna innanzitutto tener presente e distinti due fondamentali aspetti: l’aspetto energetico, e quello ambientale.

Dal punto di vista energetico, il problema si riduce alla valutazione della convenienza economica rispetto ad altre fonti di energia. Sebbene le stime siano contrastanti, è bene conoscere quali siano le variabili che rendono così aleatorio tale calcolo.

  • Costo del combustibile: le difficoltà nella stima della disponibilità di riserve di uranio crea incertezza, con ripercussioni sul costo della materia prima (l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica prevede un calo dell’uranio tra il 2025 e il 2035)
  • Costi di esercizio e manutenzione
  • Costi di decomissioning: i costi di smantellamento sono circa il 10%-30% del capitale iniziale
  • Costi assicurativi e legali
  • Costo/opportunità legato al tempo necessario per la costruzione

Quest’ultimo punto appare fondamentale: è conveniente impiegare 20 anni o più per costruire centrali nucleari che entreranno in funzione nel momento in cui l’uranio inizia a scarseggiare? Inoltre, per essere conveniente in termini energetici il nucleare deve assumere una certa dimensione, ovvero si necessita di un certo numero di centrali nucleari: è realistico ipotizzare la costruzione di almeno 15-16 centrali, localizzate in ogni macro regione elettrica? Uno studio molto interessante fornisce tutte queste risposte.

Se anche fosse conveniente dal punto di vista energetico, l’aspetto ambientale dovrebbe bocciare ogni proposito nucleare. Da questo punto di vista infatti, l’impatto sulla salute delle persone e sull’integrità degli ecosistemi può essere devastante, come già avvenuto in passato. I problemi non sorgono solo in caso di grandi disastri nucleari (Chernobil, Fukushima), ma anche nell’organizzare una gestione sicura delle scorie e dei relativi siti di stoccaggio, nella localizzazione delle centrali in zone a basso rischio sismico (pressochè inesistenti in Italia), e nell’assicurare l’acqua necessaria per il funzionamento.

Più in generale, ci si dovrebbe chiedere: è giusto prendere delle decisioni che potrebbero incidere sul futuro delle generazioni a venire per migliaia di anni? E’ etico farlo? Non sono possibili altre soluzioni?

Quello di cui avremmo bisogno è un piano energetico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Pensare al nucleare come una possibile soluzione di questo piano appare oggi una scelta miope, forse dettata da interessi di pochi. Soprattutto se si sostiene la convenienza del nucleare dicendo “se lo fa il vicino perchè dovremmo rinunciarci?”. Forse noi e il vicino di casa dovremmo pensare insieme ad una soluzione alternativa. Anzi, alcuni dei nostri vicini hanno già iniziato a farlo bloccando le proprie centrali.

Ci dispiace per Margherita Hack, ma per tutte queste ragioni noi voteremo ‘Sì’ per dire no ad una sfida persa in partenza, antieconomica e pericolosa. Il 12 e 13 giugno invitiamo Voi lettori ad andare a votare ‘Sì’, per dire no ad un Nuclear Impossible.

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Verso i referenda: acqua pubblica. Acqua libera

Il prossimo 12 e 13 giugno l’Italia tutta si troverà davanti ad uno degli snodi più importanti della sua storia contemporanea. Noi tutti dovremo assumerci la responsabilità di decidere. Senza deleghe. Siamo onesti; non siamo certo un popolo famoso per la capacità di indignarsi, anzi, sopportiamo abbastanza bene l’odore nauseabondo di quello che ci circonda. Insomma siamo bravissimi a turarci il naso e a tirare avanti. Poco importa come. Verso cosa. Ed allora, quale miglior occasione dei prossimi referenda per segnare un’inversione di tendenza, per concorrere alle scelte che segneranno indelebilmente il nostro futuro? Parliamo di diritti (e doveri) fondamentali che devono essere protetti, rivendicati, ribaditi con la forza delle nostre posizioni.

Quattro saranno i quesiti referendari; i primi due, quelli che andremo ad approfondire oggi, riguardano, ad ampio raggio, la questione della privatizzazione dell’acqua pubblica, il terzo ha per oggetto l’energia nucleare, mentre il quarto l’ormai celeberrimo “legittimo impedimento”.

Partiamo dalle basi: cosa ci verrà chiesto nel primo e secondo quesito?

Nella prima domanda (scheda rossa) si chiede, sostanzialmente, se si è d’accordo o meno a cancellare un articolo (art. 23 bis) del decreto legge (112/2008), successivamente convertito, con modificazioni, in legge, secondo il quale la gestione dei servizi idrici sarebbe affidata ad aziende private, selezionate tramite gara pubblica, oppure ad aziende “ibride”, cioè a capitale misto pubblico-privato, in cui soggetti privati detengano almeno il 40% delle quote. Intanto, per non sbagliarsi, il governo ha già deciso le sorti delle ATO (Ambito territoriale ottimale), strutture che ancora garantiscono una gestione pubblica delle risorse idriche: rimarranno attive fino alla fine del 2011, poi due le strade: chiusura definitiva o conversione in società a capitale misto. Ricordiamo che i referendum riguardanti leggi dello stato italiano hanno esclusiva natura abrogativa (salvo quelli promossi dalle regioni a statuto speciale), quindi per abrogare l’art. 23 bis, ed impedire la privatizzazione della gestione dei servizi idrici occorre votare SI. Se, viceversa, si vuol mantenere inalterato il dispositivo della legge si dovrà votare NO.

Il secondo quesito (scheda gialla)  riguarda l’abolizione, o meno, del comma 1  dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del D.lgs. 152/2006 (norme in materia ambientale). Il comma oggetto del referendum permette (permetterebbe), sinteticamente, al gestore dei servizi idrici di ottenere dei profitti garantiti sulla tariffa, imponendo una maggiorazione del 7 per cento sulla bolletta del consumatore. Tale aumento va (andrebbe) a remunerare il capitale investito da parte del gestore, che non sarà tenuto a dimostrare le motivazioni della variazione, nè tantomeno l’esistenza di una diretta connessione con eventuali miglioramenti del servizio. L’ azienda potrà, a sua discrezione, aumentare il costo dell’acqua, in qualsiasi momento. Se si vuole abolire il comma 1 dell’art. 154, e si rifiuta questa prospettiva, bisogna votare SI, chi ritiene invece che il D.lgs 152/2006 non debba esser modificato allora voterà NO.

Non si fa molta fatica a capire quanto siano collegati i due quesiti: non solo il tentativo di sdoganare, definitivamente, la figura del privato nel settore dei servizi idrici, ma la volontà, da parte del legislatore, di garantire ai soggetti interessati una maggiore remuneratività, autorizzando questi ad aumenti ingiustificati delle tariffe. Quindi tutti contenti. Tranne il cittadino

Publlico o Privato?

Quando si parla di beni (o servizi) si è portati a pensare che la gestione pubblica sia meno efficiente di quella privata. A volte è così. Ma quando si parla di acqua la questione basilare è un’ altra: l’acqua può essere considerata un bene come tutti gli altri? Si può parlare del mercato dell’acqua, di concorrenza o monopolio come se parlassimo del mercato del caffè o del grano o, peggio ancora, del petrolio?  Secondo me no. Secondo la stragrande maggioranza degli economisti no. In che categoria mettereste l’acqua, o i servizi legati ad essa? L’acqua è bene di consumo e strumentale, è bene complementare, ma soprattutto è insostituibile. Perchè conferire la gestione dei servizi idrici ad aziende private, quando il bene acqua è parte integrante del demanio, quindi dello stato? Noi crediamo che non ci si possa permettere di far prevalere gli interessi di pochi (privati) sul diritto all’accessibilità di ogni cittadino all’acqua. Tutto questo dovrebbe condurci ad un ripensamento della gestione e dell’utilizzo dell’acqua, oltrechè ad una revisione dei principi cardine su cui si fonda il mercato della gestione dei servizi idrici.

Sono svariati i casi, sparsi sul territorio nazionale, in cui da tempo, si sono affidati i servizi idrici a privati,  andando così a sostituire il monopolio pubblico con uno di natura privata; risultato? Assenza di competitività, ricerca esasperata del profitto, intere comunità in balia di speculazioni imprenditoriali.

Chi scrive su questo blog voterà SI, sia al primo che al secondo quesito. Non solo per motivazioni di carattere politico-ideologico ma soprattutto per motivazioni economiche che ruotano attorno all’impossibilità di creare un mercato “veramente” concorrenziale; senza una  concorrenza concreta e tangibile, che consentirebbe l’ incremento qualitativo del servizio e la parallela riduzione delle tariffe per i fruitori,  non esiste nessun motivo per cui la gestione privata possa esser definita migliore di quella pubblica. Proprio perchè nella”natura” del privato non rientra il bene comune; il privato, giustamente, persegue il profitto personale, il proprio benessere, mentre è lo Stato che deve provvedere all’implementazione di un sistema di welfare degno di un paese democratico. Garantire i servizi idrici a tutti i membri della collettività è uno degli schemi fondamentali del benessere sociale.

Andate a votare. Non solo per voi,  non solamente per il vostro di futuro, non solo per un affetto o un interesse; fatelo per legittimare lo sforzo di tanti (ricordiamo che i referenda saranno validi se si recheranno alle urne il 50 per cento più uno degli aventi diritto). Questa è la magia della democrazia; tanti punti di vista differenti che si mettono al servizio di una speranza collettiva. Fate in modo che la vostra opinione conti, qualsiasi essa sia. Nella cabina, assieme ad un’idea, portate la vostra coscienza. Una non scelta non possiamo proprio permettercela.

 

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“Racconti” di Ascanio Celestini

Per sostenere la campagna referendaria, A Sud – Comitato Referendario Due Sì Per L’acqua Bene Comune –  presenta domenica 05 giugno Ascanio Celestini in ‘Racconti’, uno spettacolo teatrale accolto dal palcoscenico dell’Ambra Jovinelli. Una serata affidata all’originale intuito dell’attore romano e alla musica del Trio Marcello Allulli (sax tenore, chitarra-loops, e batteria), e i preziosi interventi di Gianni Minà, Giuseppe De Marco e Paolo Carsetti.

L’ingresso sarà a sottoscrizione della campagna referendaria per l’acqua bene pubblico. Sarà un appuntamento da non mancare per chi ha la fortuna di trovarsi a Roma, e per chi ama unire l’utile al dilettevole.

Per chi non conoscesse l’interprete, pubblichiamo uno dei tanti racconti di Ascanio Celestini, un autore che cerca di far riflettere con la satira e l’ironia.

Teatro Ambra Jovinelli, via Guglielmo Pepe 43, Roma

Info e Contatti: 3486861204 – maricadipierri@asud.net www.referendumacqua.itwww.fermiamoilnucleare.itwww.asud.net

Precario Mondo

Un operatore di call center mi dice che qualche anno fa viveva al centro di Roma, divideva l’affitto con un amico e aveva tempo per suonare e andare in tournée. Si considerava un musicista e utilizzava il call center come sponda. Adesso sta in periferia con tre studenti, lavora full time per sopravvivere, non ha più tempo per suonare e comunque anche la richiesta di concerti è diventata così striminzita che non ci camperebbe. Mi dice “ho quasi cinquant’anni, non ho una famiglia e va a finire che torno a vivere con mia madre”. Allora dov’è la precarietà? Non è solo un problema di stage non pagati, di assunzioni a tempo determinato, di lavoro nero e licenziamenti facili. Mille e cinquecento euro al mese basterebbero se una famiglia ne pagasse duecento d’affitto. Basterebbero se una donna e un uomo avessero la certezza di lavorare fino al giorno della pensione. Basterebbero se il figlio di un operaio studiasse in una classe con meno di venti bambini, ricevesse una vera formazione che comprendesse le lingue straniere e la musica, la storia contemporanea e il teatro… Basterebbero se quella famiglia avesse attorno una comunità che la sostiene, un servizio sanitario che la cura quando sta male.

E invece l’operaio che pensava di essere assunto a tempo indeterminato vede in televisione un padrone col maglioncino che gli sfila i diritti da sotto i piedi, il sindaco (sedicente di sinistra) che va a giocarci a scopetta e prega il proprio partito di affiancarsi alla battaglia padronale. Porta il figlio in una scuola dove i suoi compagni sono così tanti che la maestra ci mette un mese per imparare i nomi, una scuola che funziona solo per l’impegno degli insegnanti che non hanno ancora mollato, che non sono ancora scoppiati per l’umiliazione continua alla quale sono esposti. Un lavoratore è precario non solo per la precarietà del suo lavoro, ma soprattutto perché sono precari la scuola, la casa, l’assistenza sanitaria, i trasporti, l’informazione, la cultura, il cibo che mangia e l’acqua che beve, l’energia che consuma e i vestiti che indossa. Invece io dico che la scuola è solo pubblica. Dico che la scuola privata è una questione privata, un’azienda che deve prendere due lire solo in quel paesino di montagna dove non è ancora stata costruita quella statale. Dico che accettare oggi una riduzione dei diritti in fabbrica significa che domani quei diritti si ridurranno ancora di più. Dico che se un lavoratore accetta di lavorare per uno stipendio ridicolo non fa solo una scelta personale, ma sta costringendo tutti gli altri ad essere sottopagati, così come un lavoratore che sciopera e ottiene il riconoscimento di un diritto, lo fa anche per quello che entra. Dico che seicento euro d’affitto per un monolocale seminterrato in periferia (c’era il cartello nella piazza della mia borgata fino a poche settimane fa) è un furto e quando la casa non si trova: la si occupa.

Dico che se acquisto un paio di scarpe sottoprezzo sto sfruttando un operaio e se compro a mio figlio un pallone cucito da un bambino della sua età dall’altra parte del mondo sono peggio di un pedofilo. Dico che se prendo l’acqua da bere al supermercato e uso quella potabile che esce dal mio rubinetto per lo sciacquone del cesso sono un pazzo pericoloso. Dico che non sono un uomo moderno se accetto la devastazione di una valle per farci passare un treno veloce che impiega un’ora di meno per portarmi in Francia: sono un criminale.

Penso a una donna del trentino che va al supermercato a comprare un chilo di mele cilene. Se quelle mele costano meno di quelle coltivate sotto casa sua è evidente che in Cile c’è un contadino sfruttato e uno del trentino che resta disoccupato, un aereo che inquina inutilmente l’oceano e una piccola frutteria che chiude.

Il lavoro era precario vent’anni fa. Oggi è la nostra visione del mondo ad essere precaria.

Io non cerco voti per le prossime elezioni, né tessere per la prossima campagna di tesseramento. Non ho bisogno di carne da macello per la prossima guerra umanitaria o vittime del destino per il prossimo terremoto. Non scendo in piazza per un lavoro a tempo indeterminato o per qualche centesimo che il ministero della cultura succhia dai serbatoi della benzina. Non voglio mettere all’ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri o del prossimo talk show, del prossimo monologo teatrale o della prossima canzonetta il solito discorso del giovane sottopagato o disoccupato.

Io dico che questo sistema violento mi fa paura e so che per liberarcene dobbiamo pacificamente far paura al sistema.

Ascanio Celestini, il manifesto, sabato 9 aprile 2011

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Verso il Referendum…viva (questa) Italia!

Il 12 e 13 Giugno è sempre più vicino, siete pronti?

Queste due date sono tappa fondamentale se ancora vogliamo far sentire la nostra voce, una voce che dice no alla privatizazzione di un bene che è di tutti; l’acqua, al leggittimo impedimento e alla nuvola nera del nucleare. Su questo ultimo punto a giorni sapremo se potremo dare o no il nostro dissenso, ma se dovesse essere cancallato dalla lista referendaria è comunque importante che tutti noi diventiamo artefici delle scelte di questo paese non rimanendo passivi davanti al mutare degli eventi.

Ricorda il tuo voto potrebbe essere decisivo per il rinnovamento di una società intera, prenditi le tue responsabilità civiche, scegli da che parte stare, noi di Generazione precaria lo abbiamo già fatto il nostra voto sarà un indelebile si, ancora crediamo alla possibilità di cambiare le cose e guardando il video qui sotto scoprirete che non siamo i soli…

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Sardinia docet!

Non è facile spiegare l’attaccamento dei sardi alla propria terra. E’ qualcosa di viscerale, profondo, che solo chi ha conosciuto qualche sardo e visitato le loro terre può intuire. Già, solo intuire. Perchè non basta una vacanza al mare per comprendere ‘la sardità‘. Bisogna spingersi oltre, fino al suo cuore. Le coste sarde sono una sorta di difesa per l’autenticità dell’Isola. Come sirene omeriche cercano di incantare per distogliere. Questa premessa appare dovuta, ogni qualvolta si parla del popolo sardo. Soprattutto per comprendere il risultato del referendum regionale sul nucleare: affluenza al 59%, ‘Sì’ al 97%. Dunque quorum ampiamente superato (33% per i referendum regionali), e nucleare bocciato. Bustianu Cumpostu, coordinatore del movimento ‘Sardigna natzione Indipendentzia’ (Sni), parla di vittoria del popolo sardo. Esprimono soddisfazione anche i movimenti ambientalisti e le forze politiche dell’Isola, tutte schierate contro l’atomo. Molti sottolineano l’effetto traino delle elezioni amministrative. Tuttavia, considerando in alcuni casi la maggiore affluenza referendaria rispetto a quella delle elezioni comunali, si potrebbe anche pensare il contrario. Ovvero che proprio il quesito sul nucleare abbia giovato alle amministrative. E allora a Cesare quel che è di Cesare, e ai Sardi quel che è dei Sardi. Il popolo sardo ha rivendicato allo stesso tempo la propria sovranità di scelta, e ribadito la volontà di preservare il proprio territorio dal delirio del nucleare. Dimostrando senso di responsabilità e maturità, con un mese di anticipo su quello che sarà il test nazionale sul nucleare il 12-13 giugno prossimi. Sempre che la Cassazione ritenga necessaria la consultazione, qualora ravvisi che il sopravvenuto decreto del Consiglio dei Ministri non modifichi lo spirito iniziale della legge. Un decreto-vigliacco, per il tentativo semi-dichiarato di voler affossare i quesiti referendari. La speranza è che il resto degli italiani sappia cogliere il prezioso insegnamento del popolo sardo.

Quando vedi i pastori sardi auto-organizzare la propria protesta in modo solidale, quando vedi i sardi partecipare in massa e compatti al referendum sul nucleare, stai osservando una lezione di dignità. E riesci persino a intravedere ‘la sardità’ e l’orgoglio sardo. Un orgoglio radicato e rivendicato nei secoli. E finalmente, è la Sardegna a mostrarti il suo cuore.

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