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…SU PINO E I SENTIMENTI.

 

Al verbo scrivere si possono accostare infiniti sostantivi, altrettanti attributi. Per chi come me, lo ritiene il modo migliore per capire e farsi capire, l’atto dello scrivere suona, il più dello volte come liberatorio, catartico, chiarificatore.

Non si è mai pronti all’impatto che certe notizie potrebbero avere sulla nostra coscienza, sul nostro patrimonio sentimentale, almeno non completamente. E poi ci sono momenti in cui ti senti nudo di fronte al mondo, o forse lo sei veramente; attimi in cui  all’ennesimo terremoto emotivo vedi vacillare quel castello che, solido ed inattaccabile, ha resistito ad urti ben più forti.

Il magnifico gioco della vita ti sorprende nella più normale quotidianità, tra gesti consumati dalla velocità con cui vengono ripetuti; un mattino di inizio anno che dell’inverno ha solo alcune sfumature sembra accogliermi al mondo in maniera benevola.

Il sole è solo una copia sbiadita, ma che importa quando la colonna sonora di quel pezzo di vita è “resta cu’mmè” di Pino Daniele; con la stessa violenza di un cuore che smette di battere, la stessa poesia di una stella che termina corsa e vita in una parabola stupefacente, il falsetto di Pino viene bruscamente interrotto da una voce, così rapida a farsi mano per andare a girare la manopola delle emozioni.

Le lacrime solcano il viso prepotenti, la pelle brucia, come se fossero intrise di un veleno stanco, che voleva, doveva uscire, ma non sapeva come. Inizio a tremare come chi improvvisamente si scopre impreparato alla vita; un istante dopo mi ritrovo proiettato in una  dimensione tanto lontana quanto familiare, quel contorno di lamiere diventa mezzo per navigare un mare di sentimenti salati, così duro da affrontare, tanto intenso da non poterne far a meno.

Come insegna Proust, come un odore che non ti lascerà in pace mai, come un’istantanea delle sensazioni che ti fanno star meglio..certa musica, fatta di sospiri e talento, incastonata tra note inconfondibili, impreziosita da quella voce rara, fragile ed irriproducibile, come qualcosa a cui ci si abbandona, piegando il tempo, riempiendo lo spazio, sarà lì ad insistere su ogni piaga del mio vissuto.

Sarà un paio di lenti buone per chi pensa di non averne bisogno, per comprendere vite e mondi quando gli occhi conosceranno la prima stanchezza, per riuscire a sfidare l’abitudine, increspando un po’ quest’acqua; sarà una sciarpa di lana pesante di un tono che sta bene su tutto, fatta d’amore, da usare per attraversare i dolori, per ripararsi dall’inutile malinconia di un ricordo sbagliato, per prepararsi alla splendida incertezza di un futuro, a volte troppo lontano.

 

 

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La forza dei sogni.

Viviamo un’epoca accelerata, frettolosa, spesso sbadata. Un periodo in cui quelle rare, ed intense, boccate d’aria pura, chiamate anche certezze, sembrano sfuggirci di mano, come se per i più fossero diventate desideri mirabolanti, pericolosi, ed a volte, impacciati, tentativi mal riusciti di equilibrismo, ipotesi di normale solidità messa puntualmente alla prova da regole del gioco che sembrano fatte apposta per distruggerlo, il gioco.
 
Il gioco della vita e dei sentimenti, dell’amore e del dolore…così serio da essere il più bello dei giochi.
 
Ma se esiste un momento per pesare, e valutare, l’intensità, l’importanza, la qualità dei nostri sogni, è proprio questo. Perchè i sogni, anche quelli in versione ridotta, comportano fasi alterne, a cui corrispondono alterni stati d’animo; e per dire di aver sognato, o di continuare a farlo, bisogna essere disposti non solo al sacrificio, ma all’entusiasta accettazione dello stesso, così da vivere tale stato di passaggio non tanto come tappa intermedia, ma come attimo di arricchimento estremo, come quid che connota e denota il sogno. Quel frangente, senza il quale, non si può dire di aver sognato.
 
Proprio per questo i sogni, così come i  sentimenti sono di tutti, ma non per tutti.
 
 

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